73 anni fa nasceva Lou Reed

lou reed
FONTE LA STAMPA.IT di MARINELLA VENEGONI (ARTICOLO PUBBLICATO IL 23-10-2013)
Oggi avrebbe compiuto 73 anni

Sembra di vederlo, adesso, da qualche parte lassù nel cielo, lagnarsi che pure lì la qualità dell’aria lascia a desiderare. Per accendersi subito dopo un pezzo di quei toscani pestilenziali di cui aveva sempre le tasche piene, con tutto un repertorio di taglierini ben lucidati.

Povero grande Lou Reed, caparbio re dei controsensi nell’arte e nella vita. Spirito libero, finto rustico, cuore d’oro. Re di ogni genere di trasgressioni in gioventù, (quasi) campione di salutismo in età avanzata. Mente geniale, ancora imprescindibile per chi si accosti sul serio alla musica popolare. Ispiratore di generazioni che hanno osato a tutti i costi. Se nell’olimpo del rock (e del punk) la parola leggenda ha un senso, Lou è fra i pochi ad esserne titolare legittimo.

 

 

 

 

Se n’è andato a 71 anni, all’improvviso, a Southampton dove s’era rifugiato scappando da Tribeca, in cerca di quell’aria buona che sembrava non trovare mai, con accanto la moglie Laurie Anderson che per più di un decennio è stata la sua ombra. Due star inquiete che tentavano un ardito esperimento di normalità mettendo un poco da parte i rispettivi ego, e per lui una vita finalmente regolare dopo decenni spesi senza andar troppo per il sottile. Una morte confermata dal suo agente letterario, dopo esser stata circondata per ore da un silenzio irreale, che la dice lunga sulle sofferenze di questi mesi, sempre sul filo, dopo il trapianto di fegato che aveva subito lo scorso maggio. Eppure fino all’ultimo non c’era persona più curiosa e avida di novità, se non altro per poterle sotterrare con il suo sarcasmo impietoso.

 

 

 

 

Il successo e le spericolatezze non avevano intaccato la sua attitudine curiosa. Già avvolto dal mito, per difendersi da fan e giornalisti petulanti, aveva affinato una freddezza insopportabile, tanto che per la nostra prima intervista, negli Ottanta, fui pietosamente accompagnata da un collega che lo conosceva bene. Era diffidente verso i media, ma pronto a un’inattesa amicizia se riconosceva sincerità d’intenti. Negli anni, bastava che lo facessi avvertire, a Parigi o Berlino o Milano, e trovava il tempo per una chiacchiera: se non poteva, ti caricava in macchina e dovevi andare con lui per i suoi tortuosi impegni; vicino di camera in albergo, mi infilò un biglietto della buonanotte sotto la porta. Venne a cena con Laurie da me, e sulla terrazza estiva si spazzolò un gateau di patate, mentre spiegava che lui le patate non le poteva proprio mangiare e che il diabete non gli lasciava tregua; magnificava le virtù del Tai Chi, «come terapia a tutti i suoi mali: a lungo si portò infatti per il mondo l’istruttore, e lo fece esibire sul palco nel tour con il quale presentava Antony Hegarty, una sua scoperta. Ma le sue attenzioni, le sue ossessioni, andavano soprattutto al cibo. Una volta in Irlanda rimproverò il collega Paolo Zaccagnini beccato davanti a un piatto di patate fritte: «Ma pensa a cosa ti sei fatto tu nella vita», gli rispose Paolo.

 

Ma questo è il Lou sui cinquant’anni. Uomo pacificato e immemore ormai delle grandi tempeste sonore dei seminali Velvet Underground. Un solista e solitario superbo, con alle spalle album indimenticabili come Transformer prodotto da Bowie, con quella Walk on the Wild Side sommersa dalle cover, o la storia sadomaso Berlin sulla quale più di recente era tornato, in forma di concerto; e lo s-concerto furioso di Metal Machine? E la letteratura cantata di New York? Non c’è stata sua opera che non abbia deviato dal previsto: in pura provocazione spesso, come la recente Lulù con i Metallica.

 

Inquieto ragazzo ebreo di Brooklyn, Lewis Allan «Lou» Reed era scappato presto dalla famiglia che voleva rendergli stretta la vita; da adolescente lo avevano trattato con un elettroshock per «risolvere» la sua bisessualità, e lui che aveva imparato a suonare la chitarra, e si era innamorato del doo-wop, atterrò all’Università di Syracuse studiando giornalismo e appassionandosi alla poetica di Delmore Schwartz. Da musicista e letterato, arrivò a Manhattan ormai rodato nelle sue intenzioni di suonare diverso dagli altri. Viveva con John Cale, metter su i Velvet fu il destino. L’invenzione del suono metropolitano, il passo successivo; l’attenzione di Andy Warhol accese un nuovo mondo. Lui proiettava i suoi film sulla band, durante i concerti: «E noi vestivamo di nero così potevi vedere il film. Ma comunque saremmo stati vestiti così», spiegò il nostro Lou, eternamente in pantaloni e giubbotti di pelle nera. Il debutto con l’lp Velvet Undeground&Nico , del ‘67, resta fra le gemme del rock, un dipinto iperrealista e scuro e distorto nei suoni dell’ambiente tossico e promiscuo dei bohemien di New York.

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