Addio a Ciavarini, il mugnaio-ristoratore

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

IL BORGHIGIANO 20142015

Fano (Pesaro e Urbino), 14 aprile 2015 – Se n’è andato all’improvviso a 75 anni per uno scherzo del destino, lui che aveva vissuto tutta la vita in modo scherzoso. Per questo i figli e la moglie hanno scelto un’immagine di lui sorridente, al Luna Park, per ricordare Ercole Ciavarini il mugnaio che amava la vita ed il divertimento, oltre ai documentari sulla natura. «Era un tipo solare che se poteva evitare i problemi e le difficoltà, lo faceva volentieri» racconta come prima cosa il figlio Filippo ‘Filo’ Ciavarini, dell’omonima Locanda Atipica di Carignano. E subito dopo aggiunge: «fortunatamente non ha sofferto ed aveva accanto la mamma».

Era nato a Pesaro il 9 maggio del 1939 Ercole. Si è spento in casa per un trombo l’8 aprile e da sabato riposa per sempre al cimitero di Novilara. «Aveva una malattia polmonare causata dal lavoro nel mulino, ma ironia della sorte non è morto per quello – dice Filo -. Noi Ciavarini siamo mugnai dal 1830 e abbiamo ancora il mulino a pietra fertè (le cui cave sono state chiuse parecchio tempo fa per cui, quando si sarà consumata questa, diciamo fra una decina d’anni, bisognerà chiudere).

Lui ha lavorato sempre nel mulino, da quando aveva 10 anni, con i genitori. E’ per questo che ha sviluppato la malattia polmonare, derivante dalle polveri organiche che sono deleterie per gli alveoli polmonari. Al tempo non c’erano le mascherine 3M che uso io adesso, purtroppo.». Ercole Ciavarini era conosciutissimo sia Fano che a Pesaro, stimato da tutti per essere una persona simpatica e corretta. Lo dimostrano le centinaia di commenti di affetto lasciati, negli ultimi giorni, da tanti amici sulle pagine Facebook dei figli, con racconti e aneddoti di vita vissuta insieme.

«Ha lavorato fino a 15 anni fa nella nostra azienda di famiglia – prosegue il figlio – che ha portato avanti da solo, come molitura, per circa 40 anni. Poi sono subentrato io, che ho iniziato a lavorare nel mulino e nella locanda a 16 anni». La Locanda Atipica è stata, per rimanere in tema, ‘tutta farina del suo sacco’. «La gente veniva a mangiare a casa di mia nonna prima e dei miei poi, si trovava bene e lo diceva in giro. Dal 1960 in avanti è stato un continuo tant’è che alla fine degli anni ‘80 mio padre ha detto ‘dato che facciamo mediamente due o tre cene a settimana…. perché non apriamo un ristorante?’. E così è stato. Lui ha messo in piedi quest’attività di ristorazione particolare, casalinga, con mamma che cucinava praticamente a casa. Dove adesso mangia la gente c’era la stanza delle turbine, tipo Mulino Bianco, che facevano girare le macine al piano superiore…».



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