Alcol, è under 19 si inizia a bere già a 9 anni……

Roma – (Adnkronos Salute) – Preoccupa la tendenza ad anticipare l’età in cui si beve il primo bicchiere . Il responsabile dell’Osservatorio nazionale alcol Cnesps: ”Le statistiche ufficiali partono da 11 anni ma gli studi confermano il trend”. E riferisce: ”Il 13% dei casi di intossicazioni da alcol riguarda ragazzini al di sotto dei 14 anni”

Hanno meno di 19 anni eppure sono già dipendenti dall’alcol. E’ la triste realtà che riguarda “l’1% delle persone che vengono prese in carico dai servizi assistenziali dedicati. Un migliaio di italiani circa che, per arrivare a meno di 20 anni già alcol-dipendenti, hanno alle spalle almeno 10 anni” di abuso di drink: “Ciò significa che hanno iniziato attorno ai 9 anni”. A tracciare il preoccupante quadro è Emanuele Scafato, responsabile dell’Osservatorio nazionale alcol Cnesps dell’Istituto superiore di sanità. Il problema, fra l’altro, è sottostimato: “Le statistiche ufficiali – fa notare l’esperto all’Adnkronos Salute – partono dagli 11 anni. Ma secondo alcuni studi, soprattutto regionali, la tendenza ad anticipare l’età in cui si beve il primo bicchiere è una realtà: in Italia il consumo di alcol è sempre più precoce. E lo dimostra anche il fatto che il 13% dei casi di intossicazioni da alcol che giungono negli ospedali italiani riguarda ragazzini al di sotto dei 14 anni”, conferma l’esperto. Per quanto riguarda invece i dati ufficiali, fra gli 11 e i 15 anni ci sono 400 mila baby-italiani considerati consumatori a rischio anche per il solo fatto di ‘toccare’ alcol in qualsiasi quantità, essendo così giovani. “L’organismo di un minorenne infatti – spiega Scafato – non è in grado di metabolizzare l’alcol come quello degli adulti e bastano uno o due bicchieri per ubriacarsi”. Vino, birra e superalcolici, in questi casi, funzionano dunque come vere e proprie “sostanze tossiche, senza alcun aspetto ricreativo o legato al piacere del palato. Ed è così che andrebbero presentate ai giovani”. Nella fascia d’età 11-21 anni, “sono invece 1 milione e 100 mila – evidenzia Scafato – i consumatori a rischio. Per quanto riguarda il ‘binge drinking’, dunque il bere con il fine unico di ubriacarsi consumando 6 o più unità alcoliche in un’unica occasione, non è una prerogativa solo dei giovani, anzi, sono anche e soprattutto gli adulti ad avere questa abitudine. In tutto sono 4 milioni e 400 mila gli italiani binge drinkers”. E se in Italia si tratta di un comportamento meno diffuso rispetto agli altri Paesi europei, tuttavia coloro che lo praticano lo fanno con una buona frequenza: il 30% si ‘ubriaca spot’ da una a più volte a settimana, con una percentuale superiore alla media europea (29%). Per l’esperto, la situazione legislativa in Italia per quanto riguarda il consumo di alcol in giovane età è migliorata, con il decreto Balduzzi che ha innalzato a 18 anni il divieto di vendita di bevande di questo tipo. Il problema rimane la cultura vigente nel nostro Paese: “L’idea che far ‘assaggiare’ al bambino l’alcol in famiglia, in modo che poi da grande lo eviti – sottolinea – è completamente sbagliata: la cosiddetta ‘alcolizzazione precoce’ non ha alcun fondamento scientifico. E purtroppo non esisterà mai nessuna legge che impedirà ai genitori di somministrare alcol ai propri figli”. Responsabilità in questo senso le hanno naturalmente “anche il ‘gruppo’, la comitiva”, e la pressione che essi hanno sui giovani, “ma soprattutto il marketing dell’alcol, che viene venduto sempre più a basso costo con gli ‘happy hour’ e gli ‘all-you-can-drink’ nei locali. E le pubblicità presentano i drink come veri e propri passaporti per il successo personale, sociale, sessuale e persino come qualcosa che fa migliorare la propria salute”. Per i ragazzi, l’alcol è qualcosa che rende disinibiti e liberi: “Bevo – esemplifica Scafato – per avere l’effetto della massima capacità di relazione possibile. Con il risultato che, la volta successiva, a causa dell’assuefazione avrò bisogno di una dose doppia di alcol” per ottenere l’ubriacatura tanto desiderata.

Secondo l’esperto, per porre un freno a questo trend, oltre a intervenire per modificare la cultura italiana, “sarebbe necessario porre un limite al volume e alle ore di pubblicità sugli alcolici che oggi sono consentiti. In Italia si spendono oggi 300 milioni di euro l’anno per questo tipo di promozione, ‘contro’ i 170 milioni di tre anni fa. Certo, l’industria deve promuovere i propri prodotti, ma con norme restrittive per non sforare in messaggi fuorvianti. Questo in Italia viene regolarmente infranto e segnalato, ma non cambia nulla”.

_____________________________________________________________________________________________

Libero-Subito