Allevi: «I miei sogni partono da Ascoli»

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

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Ascoli, 7 gennaio 2016 – Introdurre un’intervista a Giovanni Allevi non è affatto facile, anche per chi, con le parole, ci lavora tutti i giorni. Ricordare i suoi mille successi e riconoscimenti? Sottolineare il genio che lo ha portato a ‘inventare’ un nuovo genere musicale? Elencare le città e i luoghi prestigiosi in cui si è esibito? Dare conto dei grandi personaggi che ha incontrato e per cui ha suonato? Tutte cose valide, in un certo senso: ma dopo aver chiacchierato con lui, perché più che un’intervista è stata una chiacchierata, abbiamo deciso di proporvelo così, semplice e spontaneo come è stato lui durante tutto il tempo che ci ha concesso. È lui a chiedere di darci reciprocamente del ‘tu’ e in questo modo abbiamo voluto scrivere questa intervista, anche se le regole del giornalismo dicono di usare il ‘lei’. L’abbiamo scritta come l’abbiamo vissuta noi, per cercare di raccontarvi le sensazioni e le emozioni che questo figlio della nostra città ci ha trasmesso.

Maestro Allevi, buon anno e bentornato a casa. Come hai trovato Ascoli?

«Splendida. Per via del lavoro torno, purtroppo, poco: ma ogni volta che lo faccio scopro degli scorci di bellezza sempre nuovi. È sempre più curata».

C’è qualcosa che ti ricorda Ascoli quando sei in giro per il mondo?

«Non posso dimenticare quando, dopo un concerto a Shanghai, mi portarono in un ristorante e nell’antipasto c’erano le olive all’ascolana. Un fantastico rappresentante della nostra città che raggiunge gli angoli più disparati del mondo».

Cosa ti piace di più e cosa meno della tua città natale?

«Adoro il fatto che, nella sua dimensione, ti dà la possibilità di immaginare, di pensare, di sognare. Questo è stato un elemento fondamentale per me: il silenzio, un’architettura del centro che sembra fuori dal tempo sono cose che ti predispongono a scrutare orizzonti lontani e sempre nuovi. Cosa difficile nella frenesia della grande città. L’aspetto che ho sentito come difficile nella mia vicenda artistica è stato questo senso di impossibilità di fare le cose, il famoso ‘ma chi te lo fa fare?’ che è un po’ tipico delle piccole città. Invece quando ti confronti con le grandi metropoli con Milano, New York, Pechino si scatena dentro di te l’idea che il sogno si può realizzare. Se non ci fosse stato il primo aspetto, se non avessi avuto la possibilità di pensare e di riflettere posso dire con certezza che non sarei arrivato dove sono».

Hai studiato allo Spontini, tuo padre è stato direttore: quest’anno ha vissuto momenti critici. Pensi che una simile istituzione vada preservata?

«Le istituzioni musicali sono tutte in crisi. Un momento di difficoltà dovuto alla necessità di un cambiamento che però ancora non è stato messo a fuoco. Lo Spontini è fondamentale perché rappresenta il dna musicale e culturale della nostra città. Lodevole il lavoro di altre scuole di musica che si stanno affermando perché possono rappresentare un’apertura verso la modernità che non deve essere sottovalutata. Le istituzioni musicali, in generale, vanno supportate con tutti i mezzi perché la cultura non è un fatto secondario ma negli scenari futuri giocherà un ruolo fondamentale».

Gli ascolani sognano un tuo concerto qui.

«Un sogno reciproco. Non vedo l’ora di tornare in concerto qui. In questa fase della mia vita sto riscoprendo la bellezza di fare concerti di fronte a un pubblico raccolto: in piazza del Popolo ho già avuto modo di esibirmi, trovo incantevole l’atmosfera del Ventidio. È un mio desiderio, da parte mia c’è disponibilità: tra me e il pubblico ascolano è amore folle e reciproco, quando c’è questo non c’è nessun impedimento».

Cosa ti manca di una piccola città come Ascoli?

«L’identità. Le metropoli non sono quasi più distinguibili l’una dall’altra. Riconoscere piazza del Popolo, piazza Arringo non è unfatto secondario: significa trovare l’identità delle proprie radici».

Credi che possa diventare una città a vocazione culturale? E cosa deve fare per arrivare a questo traguardo?

«Lo sta già facendo, lo vedo io tornando di tanto in tanto. Si sta valorizzando, vedo che sta curando il senso della propria identià, riscoprendo l’amore per la propria diversità».

La tua famiglia come vive il tuo successo?

«Non è stato facile nel periodo delle polemiche e delle critiche. Sono stati anni difficili per me e anche per loro. Ora sembra che tutto si stia risolvendo, la mia tenacia sembra avere ragione su quei giudizi estemporanei. Ora siamo tutti un po’ più tranquilli».

E i tuoi figli si interessano alla musica?

«Sono ancora molto piccoli. Sinceramente tengo molto al fatto che loro possano giocare perché credo molto nel valore educativo del gioco. Anzi, voglio imparare io da loro, dal loro approcciarsi alle cose, la purezza e il contatto immediato con la natura e le cose».

Daniele Luzi

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