Andrea Pazienza, il figlio dimenticato di San Benedetto

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

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San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), 17 giugno 2015  - La gloria è postuma per definizione, e gli eroi in patria non hanno mai avuto vita particolarmente facile. Andrea Pazienza però non era un eroe e non era alla ricerca di gloria, a dirla tutta. A San Benedetto ci è nato un giorno di primavera del 1956, ma da queste parti ci ha vissuto poco, quasi niente. Qualche sprazzo di gioventù, tra la Riviera delle Palme e la provincia di Foggia, nella terra natale del padre Enrico, professore di educazione artistica. Ieri ricorreva l’anniversario della sua morte, il 16 giugno del 1988, se n’è parlato poco in generale e niente a San Benedetto, in particolare.

E, in fondo, la città ha riservato all’artista la piazzetta un po’ triste che una volta ospitava il mercato del pesce. Nel 2009, in Palazzina Azzurra, fu allestita una mostra «Pazienza disegna Prévert», con diciassette tavole fino a quel momento inedite: un discreto successo, ma la cosa finì lì. Nel 1982 Pazienza dedicò a San Benedetto, il «Sogno». C’è lui che parte in pattino alle 9 della mattina, si allontana dalla costa e vede la città come «una repubblica di palme e birilli». La vita minima della comunità rivierasca appare al largo: l’acqua che «spettina i diti», altri mosconi, i pescherecci che vanno e vengono, la voce di una turista milanese che chiama il figlio.

Il resto è un elenco di esaltazioni più o meno acritiche della sua figura, spesso tirata fuori da un contesto che può essere scomodo nelle celebrazioni istituzionali. Per parlare di Andrea Pazienza bisognerebbe parlare dell’eroina, e di cosa è stata sul finire degli anni ‘70, di Zanardi e di Penthotal, degli ultimi giorni di Pompeo, del «destino, le astrazioni, la follia, la genialità, la miseria e la disperazione di una generazione», come scrisse un altro grande libertino maledetto, Pier Vittorio Tondelli. Bisognerebbe parlare anche della Bologna di quegli anni, libertina e fiancheggiatrice, movimentista e disperata, sola e abbandonata, fondamentalmente incompresa ancora adesso. Bisognerebbe parlare dell’eterna fuga di un poeta con la matita in mano, uno che si sentiva spesso fuori posto ma non voleva darlo troppo a vedere. Uno che alternava la timidezza a giudizi impietosi come quella volta in cui parlo di Ascoli come di «un buon posto per morire». Lui il suo ultimo respiro l’ha esalato a Montepulciano. Al padre aveva lasciato detto: «Se mi dovesse succedere qualcosa, voglio solo un po’ di terra a San Severo, e un albero sopra».



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