Balboni: “Droga, i ragazzini iniziano a 11 anni”

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –
Il Borghigiano Il Resto del Carlino

Civitanova, 6 settembre 2014 – Ha messo la droga al centro del dibattito sulla sicurezza il procuratore di Macerata Giovanni Giorgio dopo le polemiche su mendicanti e i rom. Per il capo della Procura l’emergenza sono lo spaccio e il consumo di stupefacenti e i dati Sert (Asur 8) nel primo trimestre 2014 parlano di 37 nuovi pazienti in cura per tossicodipendenze, mentre erano 90 in tutto il 2013, con un aumento nel consumo di eroina tra i 15 e i 24 anni. Ma Piergiorgio Balboni, assessore all’Istruzione e insegnante al Bonifazi con 30 anni di cattedra sulle spalle, lancia l’allarme: «Cominciano a drogarsi a 11 anni».

Assessore il procuratore ha ragione?

«Sotto ogni punto di vista. C’è un problema furti per carità, ma si preferisce parlare di rom e il resto passa in secondo piano. Invece l’età dei primi contatti con la droga si è drammaticamente abbassata agli 11 anni. Sono prede più facili per gli spacciatori perché hanno soldi in tasca e sono meno preparati a difendersi. Abbiamo organizzato convegni anche destinati alle scuole medie per informare le famiglie, ma sono pochi i genitori che partecipano, e sempre quelli più attenti. Molti non li vedi mai, abbandonano a se stessi i figli».

Le scuole segnalano ai genitori e alle forze dell’ordine i casi di spaccio o consumo?

«Ci sono colleghi che si girano dall’altra parte. Io avverto e ogni volta i genitori cadono dal pero. Invito le famiglie a osservare ogni giorno e molto attentamente il comportamento dei figli e quando è il momento a non aver paura di ricorrere alle analisi delle urine. E, massima attenzione fin dagli 11 anni perché a scuola entrano cocaina e spinelli ‘corretti’ con l’eroina. E gli spacciatori sono spesso tredicenni. Si sanno i loro nomi, vengono segnalati alle autorità, ma a volte la risposta e che siccome sono minorenni si può fare ben poco».

Assisteremo mai a dibattiti e raccolte di firme sul fenomeno droga?

«No, perché farlo significa mettere in discussone noi stessi, come famiglie e come educatori e guardare in faccia anche il fallimento. Più facile prendersela con ciò che è ‘altro’ da noi, rom o mendicanti che siano. Resta alla base un problema educativo e il fatto che sta scomparendo il ruolo del padre. Ormai entrambi i genitori fanno a gara a chi è più protettivo e così allevano ‘panda’ non ragazzi in grado di affrontare la società».



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