Buon Compleanno a Ritchie Blackmore

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Deep Purple’s Ritchie Blackmore

Al solo sentir nominare il guitar-hero dei “Deep Purple” a molti fan ancora tremano le vene. A parte il fatto che a lui si deve il riff forse più famoso della storia del rock (insieme a quello di “Satisfaction”), ossia l’incisivo “Smoke on the water”, come dimenticare i cristallini assolo generosamente elargiti nel capolavoro “Made in Japan” o ancora i riff, le incursioni ritmiche e le cascate di note che ha prodotto nei numerosi dischi dello storico gruppo e di altre band che ha fatto e disfatto con rapidità impressionante?

Ritchie Blackmore è così: instancabile limatore della tecnica chitarristica e insoddisfatto ricercatore di nuove vie musicali. E non poteva essere altrimenti per uno che al posto del biberon, fin da piccolo ha sempre tenuto in mano una sei corde. Nato a Weston Super Mare il fatidico 14 aprile 1945 (ma quando aveva due anni la sua famiglia si trasferì a Heston, nella periferia di Londra), Ritchie ha imbracciato per la sua prima “vera” chitarra acustica (una “Framus”) alla tenera età di dieci anni, dopo anni di spensierati esercizi ludici con una chitarra giocattolo. L’approccio con questo strumento, non ancora elettrificato, gli ha così consentito lo sviluppo di quell’impostazione “classica”, di quella tecnica luciferina che lo ha consegnato al Pantheon dei virtuosi.

Ancora adolescente, dunque, ben presto, diventa l’allievo preferito del grande session-man “Big” Jim Sullivan (lo stesso insegnante di Jimmy Page dei Led Zeppelin), del quale è prima vicino di casa, poi fedele accompagnatore.

La sua prima band ufficiale sono i “Savages” di Lord Davis, a cui si unisce nel maggio del 1962 dopo aver atteso che il predecessore, Roger Mingway, lasciasse il posto. Dopo varie altre esperienze nel turbolento mondo musicale inglese che lo portano da una band all’altra, due anni dopo entra nei “Wild Boys” e poi nei “Crusaders” per poi ritornare dai vecchi amici.

Va incontro ad un fiasco colossale quando tenta di formare un trio, i “Three Mosketteers”, ricordato per il fatto di andare in scena con tanto di spade e cappelli con le piume. I poveretti si esibirono in un’unica data allo ‘Star Club’ di Amburgo, ma furono cacciati fuori senza tanti complimenti.

Sbocchi realisticamente professionali a quel punto sembravano seriamente compromessi. Lo salva in corner Joe Vescovi, che lo arruola per un breve periodo nei “Trip”, ma la vera àncora di salvezza è un telegramma di Jon Lord, furioso tastierista rock intenzionato a formare un gruppo di virtuosi e che, dopo averlo ascoltato, è deciso ad arruolarlo.

La storia, quella con la S maiuscola, fa il suo corso, ed ecco apparire dopo una serie di prove “live” come “Roundabout” quell’impressionante organismo musicale che prenderà il nome di “Deep Purple”. Il supergruppo si forma nel 1967 e resterà in vita guidato saldamente da Ritchie Blackmore fino al 1975, sfornando una serie di capolavori ma anche di album pallidini. Blackmore, comunque ammirato dalla totalità dei suo colleghi, è riuscito nell’impresa di diventare un po’ il “chitarrista dei chitarristi”.

In seguito inizierà l’avventura solistica dell’estroso chitarrista, supportata dalla girandola di elementi che si succederanno nella tormentata storia, dovuta al carattere non sempre accomodante di Ritchie, del progetto “Ritchie Blackmore’s Rainbow”. Il mago delle sei corde è sempre alla ricerca di musicisti che gli si adattino ed è sempre più alle prese con progetti tanto faraonici quanto snervanti tali da stancare i componenti. Basti dire che verso gli sgoccioli dell’avventura coi Rainbow, si era messo in testa di essere accompagnato dalla London Philarmonic Orchestra in un tour gigantesco, poi in parte realizzato.

Nonostante le ben note preferenze di Blackmore per un suono più heavy, ma sempre pulito e cristallino, come quello immortalato nel capolavoro “Rising”, i Rainbow hanno scritto memorabili pagine di forza melodica, soprattutto durante il terzo ciclo.

Una serie di show inglesi costituiranno l’epilogo del gruppo, disciolto in favore della riunione dei Deep Purple.

Nel 1993 dopo dieci anni di ritrovata armonia, Blackmore lascia definitivamente i Deep e rifonda, ancora per una volta, i Rainbow: l’album pubblicato nel 1995 si intitola “Stranger in us all” e pone le basi per la sua prossima impresa: la rivisitazione di sonorità “antiche”.

Accanto a lui, in sala di registrazione, fra i vari membri c’è la dolce Candice Night, bionda cantante e flautista con la quale si unirà (anche nella vita) nella successiva esperienza, tuttora in corso, dei “Blackmore’s Night”. Un visionario esperimento di musica rinascimentale e medioevale che ci consegna, per il nuovo millennio, un Ritchie Blackmore irriconoscibile, totalmente rinnovato e per sempre lontano, dice lui, dalle plaghe del rock.

FONTE BIOGRAFIEONLINE.IT

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