Buon Compleanno a Shaquille O’Neal

Shaquille

La storia di Shaquille Rashaun O’Neal prende vita il 6 marzo 1972 quando a metterlo al mondo e’ una ragazza di Newark, New Jersey, in seguito ad una relazione con Joe Toney. Toney, discreto giocatore di basket locale, non mostra la minima inclinazione verso il nucleo famigliare e oltre a non riconoscere Shaq come figlio (infatti prende il cognome della madre, O’Neal) abbandona anche la fidanzata per seguire altre vie. Queste, non sicuramente le migliori, lo porteranno ad una vita di stenti e lo getteranno nell’abisso della droga e dell’alcool. Comunque la signora O’Neal non si dispero’ e trovo conforto nelle braccia di un giovane militare americano ovvero il sergente Philip Harrison che fin dal primo momento tratto’ Shaquille come se fosse suo figlio.

Harrison educo’ Shaq con disciplina militare ma ciò non pregiudicò il rapporto fra i due che crebbe nel migliore dei modi. La signora O’Neal e il figlioletto seguirono Philip attraverso la sua carriera spostandosi con lui nelle varie basi dei Marines dislocate intorno al mondo. Shaq fin da piccolo era molto piu’ alto e grosso dei suoi coetanei ma questo non l’aveva mai portato a pensare di diventare un giocatore di basket, anzi il suo sogno era quello di sfondare nel campo della musica. A volte, pero’, sono gli incontri fortuiti a cambiare il corso della vita di una persona e anche per O’Neal fu cosi’. All’eta’ di quattordici anni, infatti, si trovava in Germania ed era gia’ entrato in contatto con il pallone a spicchi ma i suoi movimenti, mancando di fondamentali, erano lenti ed impacciati quindi decise di chiedere qualche consiglio a Dale Brown. Quest’ultimo, allenatore di Louisiana State alla ricerca di talenti da arruolare nel proprio college, lo invito’ a fare un provino al termine del quale gli chiese da quanto tempo si trovava nell’esercito. Shaq, stupito, rispose di non essere mai entrato a far parte delle forze armate e di avere solo 14 anni. Brown, ancora piu’ stupito, resto a bocca aperta: non solo aveva trovato il lungo della squadra, ma lo aveva trovato per caso e senza compiere il minimo sforzo.

Harrison, anche per permettere


Shaq in versione College: LSU non ha mai avuto un centro cosi’ potente.

la crescita del figlio come giocatore, decise di tornare negli Stati Uniti e per la precisione a San Antonio dove Shaq si iscrisse immediatamente alla Cole High School. Qui resto per due anni dove, una volta appresa la padronanza dei propri movimenti e dei fondamentali, divenne una vera e propria forza della natura dominando il campionato scolastico: nel corso di due stagioni la Cole High riporto’ una sola sconfitta e vinse anche il titolo nazionale del Texas. Gli Scout di tutte le università piu’ prestigiose del Paese, come buona parte dei mass-media, lo avevano gia’ messo nel mirino ma O’Neal tenne fede alla promessa fatta a Brown in Germania e firmo’ la propria lettera d’intenti con Louisiana State University (LSU). Da sottolineare l’incontro di Shaq “versione teenager” con il centro degli Spurs, all’epoca in piena ascesa di carriera, David Robinson: O’Neal, trovandosi a San Antonio, ando’ a vedere una partita degli Speroni e gli venne presentato l’Ammiraglio, ma quest’ultimo non si mostro’ particolarmente incline a dare consigli e lo liquido’ in breve tempo. L’evento fece nascere nel giovane centro della Cole High un sentimento di antipatia nei confronti di Robinson che, perdurando negli anni, fu causa delle frecciate e critiche che O’Neal non risparmio’ mai di lanciare nei confronti del centro degli Spurs.

Quando entro’ a far parte di LSU la squadra aveva gia’ un assetto che prevedeva principalmente l’utilizzo di due giocatori: lo scorer Chirs Jackson (che nel corso degli anni, abbracciando la religione Islamica, cambio il nome in Abdul-Rauf ) e il centro Stanley Roberts. Coach Dale Brown, cercando di innestare l’inserimento di Shaq senza stravolgere troppo i propri schemi, mantenne come opzione offensiva principale Jackson e poi, a seconda di chi si trovava in campo ed era libero, o Shaq o Roberts. Purtroppo, forse per l’impossibilita’ di conciliare troppo talento in una squadra sola, i due lungi non potevano coesistere perche’ occupavano gli stessi spazi finendo con il “pestarsi i piedi” dunque quando entrava uno doveva uscire l’altro e viceversa. Ovviamente O’Neal e Roberts negli allenamenti cercavano di ottenere il posto di starter ma tante volte i loro combattimenti sotto canestri si trasformavano in vere e proprie risse che sfociavano in una scazzottata. Al termine della stagione O’Neal chiuse con 13.9 punti (55.6% dal campo), 12 rimbalzi e 1.9 assists; Roberts, stufo delle continue liti e dell’indecisione del coach, opto’ per firmare con il Real Madrid mentre Chirs Jackson si rese eleggibile per il draft e passo’ nel mondo dei PRO.

Nel suo anno da Sophomore, quindi, Shaq si ritrovo’ praticamente ad essere la prima opzione e l’unica stella di rilievo per LSU. Da protagonista macino’ un campionato da leader assoluto terminando con 27.6 punti (63.8% dal campo), 14.7 rimbalzi e 1.6 assists anche se la squadra a livelli di traguardi non riusci’ ne’ ad accedere alla Final Four e tanto meno a vincere il titolo NCAA. Comunque le franchigie NBA gia’ lo adoravano ed erano sicure al 100% di vederlo inserire il proprio nome nel draft 1991. Owner e General Manager, pero’, non avevano fatto i conti con il Sergente Harrison che non diede il suo benestare al passaggio del figlio alla NBA e lo “invitò” a continuare il College. L’anno da Junior, 1991-92, per Shaquille fu probabilmente il piu’ frustante di sempre: le difese delle altre squadre conoscevano il suo modo di giocare, i lunghi avversari si preoccupavano di lui al limite del regolamento (tante volte andando anche oltre) e la difesa a zona limitava il suo modo di giocare. Non a caso quindi le sue cifre registrarono un calo (24.1 punti, 52.9% dal campo, 14 rimbalzi, 1.5 assists) ma la fatidica “goccia che fa traboccare il vaso” arrivo’ durante una partita di playoffs contro Tennessee quando O’Neal, che aveva guidato LSU ad un vantaggio di oltre 20 punti, esplose e si scaravento contro’ Carlus Groves prendendolo a pungi perche’ stufo delle sue mosse sporche. Terminata la stagione si rese eleggibile per il Draft 1992.


O’Neal divenne immediatamente l’emblema e l’uomo franchigia dei giovani Orlando Magic.

A livelli di premi individuali venne inserito nel primo quintetto All-American per quanto riguarda si l’annata da Sophomore (secondo anno) che quella da Junior (terzo anno). Da Sophomore fu anche riconosciuto come il miglior giocatore di college da parte di Associated Press, Upi e Sport Illustred. Quando concluse la sua carriera universitario risulto il miglior stoppatore di tutti i tempi della SEC (conference dove milita LSU).

Per proseguire la biografia del centro piu’ dominante di tutti i tempi dobbiamo fare’ un salto indietro di 4 anni rispetto al 1992 e andare nel 1988 quando la NBA diede il suo benestare alla creazioni di una nuova franchigia in Florida nella citta’ di Orlando dove Walt Disney, anni prima, aveva gia’ creato il suo parco divertimenti in grado di attrarre milioni di turisti ogni anno. La squadra prese il nome di Magic e disputo’ il suo primo campionato nel 1989-90 concludendo con 18 vittorie, nel 1990-91 passo’ a 31 ma nel 1991-92 scese a 21. Un numero cosi’ alto di sconfitte (61) proietto’ Orlando ad essere una delle potenziali squadre a chiamare con la prima scelta assoluta al Draft 1992 e nella notte della Lotteria, quando vengono sorteggiate le palline per l’ordine delle chiamate, la fortuno’ bacio’ i giovani Magic che non nascosero a nessuno l’intenzione di scegliere O’Neal. Pero’ su di loro incombeva la figura di Leonard Armato agente di Shaq. Armato si era sempre occupato dei centri di grandissimo talento (per fare due nomi di suoi assistiti: Hakeem Olajuwon e Kareem Abdul-Jabbar) dunque non trovo’ nessuna difficoltà a convincere Shaq ad entrare fra i suoi clienti. Leonard aveva architettato un piano per massimizzare i profitti di O’Neal (quindi anche i suoi) il quale avrebbe dovuto andare ai Lakers dove, oltre ad affermarsi come giocatoredi basket in una delle franchigie storicamente meta’ di grandissimi centri, sarebbe stato in grado anche di incidere dischi e fare film. La dirigenza di Orlando, ottenuta la pick e fatta la chiamata, aveva tutti i diritti sul ex-giocatore di LSU e non vedeva la necessita’ di cederlo ai giallo-viola per accontentare i piani di Armato che allora consiglio’ a Shaq di restare fermo tutto il primo anno per costringere i Magic a cederlo. O’Neal credeva in Leonard, dopo tutto lo aveva assunto lui come agente, ma non se la sentiva di iniziare la carriera in questo modo e cosi’ firmo’ il contratto da 7 anni offertogli da Orlando ma richiese l’inserimento di una clausola che gli avrebbe permesso di uscire dopo 4.

Durante i primi quattro anni di vita della franchigia di Orlando il management, fra gli altri giocatori acquistati o firmati, arrivo’ ad un accordo con l’ex-LSU Stanley Roberts che, in memoria di quanto accadeva al college, fu immediatamente ceduto per evitare il crearsi di tensioni nello spogliatoio. Shaq doveva essere il fulcro della squadra e niente doveva distarlo dall’esprimere tutto il suo potenziale. Nel 1992/93 grazie ad una media di 23.4 punti (59.2% dal campo), 13.9 rimbalzi e 1.9 assits venne eletto Rookie dell’anno 1992. Le vittorie passarono da 21 a 41 e i Magic fallirono l’accesso ai playoffs per un soffio (sconfitta nell’ultima partita di campionato). Nel 1993/94 i numeri di Shaq lievitarono a quota 29.3 punti (55.4% dal campo), 13.2 rimbalzi e 2.4 assists. Penny Hardaway, rookie chiamato al draft 1993, si dimostro’ la spalla ideale per O’Neal e l’assetto della squadra inizio’ a girare tutto intorno al duo Shaq-Penny. I Magic, per la prima volta nella storia della franchigia, approdarono ai playoffs ma l’assenza di un’ala grande di peso fu fatale per la corsa al titolo.

La dirigenza di Orlando aveva il presentimento di essere ad un passo dal tagliare il traguardo finale e nell’estate del 1995 firmo’ lo scontento free-agent di Chicago Horace Grant. Grant, ala grande titolare dei Bulls tre volte campioni NBA 1991-93, si lamentava di essere poco considerato nella Citta’ del Vento e fu davvero felice di entrare a far parte di un’organizzazione giovane ma allo stesso tempo ambiziosa come quella di Orlando. Con l’addizione di Grant (ottimo rimbalzista) e la maturazione di Hardaway i Magic scrissero


Orlando, dopo un paio di stagioni, arrivo’ in Finale principalmente grazie alla presenza dominante di Shaquille O’Neal.

una stagione da oltre 60 vittorie e Shaq termino’ con cifre quasi identiche a quelle dell’anno prima. L’unica differenza arrivo’ nei playoffs dove O’Neal passo’ da 20 a 25.7 punti ai quali aggiungeva 11.9 rimbalzi e 3.3 assists. Orlando elimino’ facilmente Boston al primo turno, al secondo turno lotto’ per 6 incontri con i Bulls di Michael Jordan (tornato da poco dal baseball) chiudendo 4-2 e poi, nelle finali di conference, fece 4-3 contro i Pacers di Reggie Miller e Coach Larry Brown. I Magic a tre anni dall’arrivo dI Shaquille erano gia’ in finale e dovevano vedersela contro i Rockets. Houston, campione in carica, era guidata da Olajuwon, Drexler, Horry e Cassell ed aveva dalla propria parte della bilancia molta piu’ esperienza in partite dove la palla ad ogni possesso pesa come un macigno (l’anno precedente si laureo’ campione trionfando per 4-3 sui Knicks). I Texani dopo aver vinto una rocambolesca Gara 1 (Orlando conduceva 20 all’intervallo ma si fece rimontare, sbaglio’ 4 liberi decisivi per chiudere la partita, ando’ all’Over-Time e fu sconfitta), trionfo’ anche in gara 2, 3 e 4 completando lo sweep (il cappotto) e fu nuovamente Campione NBA.

I Magic, arrivati vicinissimi a vincere l’anello, promisero di riprovarci l’anno successivo anche se nel 1995/96 Shaq fu costretto a saltare 28 partite a causa di una serie d’infortuni alla caviglia e al ginocchio. La sua media punti scese a 26.6 (48.7% dal campo) mentre rimbalzi (11) e assists (3) rimasero costanti. Venne chiamato a disputare l’All Star Game come centro della Eastern Conference e mise a segno il record (ancora imbattuto) di punti segnati per minuti disputati: concluse con 25 punti (10 rimbalzi e 2 stoppate) in 28 minuti di utilizzo. Nei playoffs viaggio’ a 25.8 di media ma questo non fu a sufficienza per ripetere il cammino dell’anno precedente. Chicago, infatti, aveva analizzato la sconfitta dell’anno precedente arrivando alle conclusioni che l’eliminazione era stata principalmente causa dell’assenza di un buon rimbalzista. Per ovviare a questo problema, sotto diretta richiesta di Jordan e Jackson, la dirigenza acquisto’ Dennis Rodman che risulto’ la loro chiave del successo per la stagione 1995/96. Infatti la Citta’ del Vento, dopo aver chiuso la stagione con 72 vittorie e 10 sconfitte, si presento’ ai playoffs in splendida forma e nessuno fu un grado di fermarla: Orlando, in finale di conference, torno’ a casa con i sogni di gloria infranti da un secco 4-0.

Arrivata l’estate del 1996 Shaq, su pressione di Leonard Armato, attivo’ la clausola presente nel suo contratto per diventare free-agent. La mente dei Lakers di allora era Jerry West, considerato uno dei migliori GM di sempre, che si mise immediatamente in contatto con O’Neal per cercare di convincerlo a cambiare squadra. Dieci anni fa non erano presenti regole ferree sul Salary Cap e sulla Luxury Tax ed il mercato si apri’ con un “colpo basso” per i Magic perche’ Alonzo Mourning, scelto dagli Hornets proprio dietro a O’Neal al draft del 1992, firmo’ un’estensione del suo contratto da 7 anni a 112 milioni di dollari. La dirigenza di Orlando, infatti, aveva gia’ messo in cantiere l’idea di un contratto triennale da 50 milioni di dollari ma ora Shaq, dopo quanto accaduto a Zo, non l’avrebbe nemmeno preso in considerazione. L’Owner della franchigia, indeciso sulla situazione da prendere, decise di mettersi nelle mani dei tifosi e cosi’ sull’Orlando Sentinel usci’ un pool che domandava ai lettori/tifosi se il Diesel, a loro avviso, avrebbe dovuto ricevere un contratto da piu’ di 100 milioni di dollari e il verdetto fu un secco “no”. Shaq, che da parte sua conferma sempre di aver considerato la squadra della Florida come


Sopra potete vedere una foto del 1997 dove O’Neal va a stoppare un tiro di MJ. I Lakers per arrivare la primo titolo dovranno attendere ancora quattro stagioni.

la prima opzione, prese la “palla al balzo” e la uso’ per lasciare la citta’ dove aveva esordito senza il rischio di ricevere l’etichetta di “traditore” (dopo tutto se il pubblico non lo voleva non aveva tutti i torti per decidere di andarsene)… Intanto Jerry West aveva gia’ preparato un ingaggio da 7 anni a 121 milioni di dollari su cui Shaq, il giorno prima dell’apertura dell’Olimpiade di Atlante, mise la propria firma entrando a far parte a tutti gli effetti dei Los Angeles Lakers. I Magic, secondo alcune voci, quando si accorsero che O’Neal sarebbe davvero andato via, arrivarono ad offrire poco meno dei 121 milioni di dollari ma la Citta’ degli Angeli, con i suoi studi di registrazioni (nel frattempo aveva gia’ inciso qualche disco) e cinematografici, era molto piu’ “interessante” rispetto ad Orlando. Il piano di Armato (licenziato qualche anno dopo) ando’ a segno e Shaq entrava a far parte di una delle organizzazioni piu’ “anziane” e vincenti di sempre. Durante l’olimpiade disputo’ otto partite, 3 volte titolare, chiuse con 9.3 punti (62% dal campo), 5.3 rimbalzi, 1 stoppate e 0.88 palle rubate. Il Dream Team concluse con 0 sconfitte e la medaglia d’oro.

Nella serata del draft del 1996 Jerry West, sicuro del cambio di bandiera di Shaq, mise a segno un colpo molto importante per il futuro della franchigia: scambio’ Vlade Divac, il centro titolare diventato “superfluo”, con gli Hornets e al suo posto prese un giovane cresciuto in Italia e proveniente da una High School di Philadelphia ovvero Kobe Bryant. Il prodotto di Lower Marion era ancora giovane ed inesperto, non a caso per i primi anni parti’ della panchina, mentre il resto della squadra non era nemmeno lontanamente paragonabile ai Magic delle annate 1995-1996 e, nonostante Shaq continuasse a confermarsi come il centro del futuro, i progressi (a livello team) continuavano a non concretizzarsi. Nei campionati 1996-97 e 1997-98 furono i Jazz a sbarrare la strada ai Lakers rispettivamente nelle semi-finali e finali di conference. Particolarmente secca fu l’eliminazione del 1998 quando il duo StocktonMalone strappo’ il biglietto per le Finals (dove furono poi sconfitti dai Bulls di Jordan) dando a Shaq e compagni una lezione di basket indimenticabile ovvero un secco cappotto (4-0). Il Diesel, soprannome che gli venne dato in quanto nei primi quarti risultava piu’ freddo mentre negli ultimi due era molto piu’ attivo, chiese la testa di Van Exel perche’ considerato elemento di disturbo e disgregante di spogliatoio. La richiesta fu accolta ma nemmeno nel 1998-99, la stagione del lock-out, i numeri di O’Neal (26.3 punti, 10.7 rimbalzi, 2.3 assists) riuscirono ad essere determinati nella post-season. Sbarazzatosi dei Rockets al primo turno (3-1) i giallo viola, nelle semi-finali della Western Conference, incrociarono la via degli Spurs (guidati dal duo Robinson-Duncan) che spedirono a casa i Lakers con un secco 4-0.

L’estate del 1999 fu fondamentale per la dirigenza della Citta’ degli Angeli che, oltre a rinforzare ili quintetto con nuovi acquisti, arrivarono ad un accordo con Phil Jackson che accetto’ l’incarico di capo allenatore dei Lakers. Tutti ipezzi del puzzle andarono al loro posto: Bryant si affermo’ come titolare, gli schemi di Jackson erano ideali per valorizzare il Diesel e i compagni di squadra (panchina inclusa) erano finalmente all’altezza dell’assalto al titolo. Shaq durante la stagione regolare fu a dir poco dominante concludendo con 29.7 punti (il 57.4% dal campo), 13.6 riimbalzi e 3.6 assists. I centri degli anni 80/90. erano per buona parte in declino e nessuna squadra riusci’ a limitare il suo strapotere: a meta’ stagione venne eletto CO-MVP (insieme a Duncan) del All Star Game, a fine anno risulto l’MVP e il vincitore del premio IBM (premio assegnato in base a delle cifre indicanti il supporto dato da un singolo giocatore alla propria squadra affinché questa riesca a trionfare). Fu il primo giocatore di sempre a ricevere queste


A Los Angeles, durante la finali, il suo potenziale diventava ancora piu vasto e nessuna difesa era in grado di tenerlo a bada.

tre onorificenze in una singola annata. Da ricordare anche il suo massimo punti stagionali (con il tempo diventato anche massimo in carriera) di 61 messi a segno contro i Clippers. A questa straordinaria prestazione offensiva aggiunse 23 rimbalzi diventando cosi’ l’unico giocatore dal 1969 (Wilt Chamberlain) a chiudere un incontro con piu’ di 60 punti e 20 rimbalzi. Nei playoffs, 30.7 punti,15.4 rimbalzi e 3.1 rimbalzi, guido’ la sua squadra al trionfo sui Kings (3-2), Phoenix (4-1) ed infine,dopo una lotta durata 7 partite, arrivo’ anche la vittoria sui Blazers e l’accesso alle NBA Finals. Shaq, dopo la brutta avventura del 1995, torno’ sul palcoscenico piu’ prestigioso della stagione desideroso di riscattarsi dagli anni di continue sconfitte. Ad attenderlo c’erano i Pacers di Reggie Miller guidati da Larry Bird in panchina ma la franchigia di Indianapolis non trovo’ mai una soluzione al rebus O’Neal. Le sue cifre salirono vertiginosamente: in sei incontri termino’ con una media di 38 punti (61.1% dal campo), 16.7 rimbalzi, 2.67 stoppate e 2.3 assists. Alla fine di Gara 6 Shaq festeggio’ il primo anello vinto come campione NBA ma anche il primo Trofeo di MVP delle Finali. Da sottolineare come fu proprio in questo periodo che le squadre avversarei, come fecero i Pacers in finale, iniziarono ad usare pesantemente l’hack-a-shaq ovvero il fallo sistematico nei suoi confronti per mandarlo in lunetta. Il tiro libero, infatti, sembrava essere l’unico suo punto debole perche’ in tutte le altre specialita’ era devastante quanto immarcabile.

Il 2000-01 vide Shaq confermarsi come miglior centro della NBA con 28.7 punti, 12.7 rimbalzi e 3.7 assists. La squadra non subi’ grosse variazioni da quelle campione l’anno successivo ma nel corso della stagione iniziarono le prime “turbolenze” con Kobe. Bryant, infatti, inizio’ a lamentarsi pubblicamente del fatto che voleva degli schemi appositamente disegnati per lui ed era stufo di essere considerato solo come un secondo violino. I Lakers continuavano a vincere ma la crisi fra i due, soprattutto in vista dei playoffs, doveva essere risanata. A mettere una falla, almeno temporanea, fu Jerry West e i giallo-viola nella corsa alle finali “sbriciolarono” ogni avversario: prima Portland (3-0), poi fu la volta di Sacramento (4-0) ed infine gli Spurs (altro 4-0). La Finale fu Davide Vs Golia: dove Davide erano i Philadelphia 76ers guidati da Iverson e Golia erano i L.A. Lakers di Shaq e Kobe. The Answer e compagni, davanti a tutto il mondo che si attendeva l’ennesimo 4-0 da parte della Citta’ degli Angeli, vinsero Gara 1 allo Staples Center ma poi non furono grado di andare oltre e la serie si chiuse: 4-1. Il Diesel torno’ a festeggiare l’anello di campione NBA e il titolo di MVP delle finali assegnatogli grazie alle sue cifre nuovamente “stratosferiche”: in cinque partite viaggio ad una media di 33 punti, 57.3% dal campo, 15.8 rimbalzi, 4.8 assists e 3.4 stoppate.

La stagione seguente, 2001-02, torno’ a disputare meno di 70 partite a causa di svariati infortuni legati alle caviglie e al pollice del piede. Nei 67 match disputati, pero’, non ci fu nessun in grado di fermarlo e Shaq replico’ cifre da capogiro: 27.2 punti (57.9% dal campo), 10.7 rimbalzi e 3 assists. Durante il corso dell’annata, come gia’ accaduto nel campionato precedente, ci furono nuovamente “turbolenze” con Byrant che continuava a lamentarsi del suo status di “spalla” e sul terreno di gioco, per ripicca verso il duo Shaq-Jackson, passava dalle giornate in cui appena ricevuto palla la tirava ad altre in cui faceva lo “sciopero del tiro” e anche da liberissimo passava la sfera ai compagni. Con Jerry West partito per altre sfide (divenne GM dei Grizzlies, carica che mantiene tuttora) questa volta tocco’ fare da paciere a Phil Jackson. Nella post-season, nuovamente tamponata la crisi, i Lakers dominarono senza problemi contro Portland (primo turno, 3-0) e San Antonio (secondo turno, 4-1). Nelle finali di Conference, pero’, i Kings, nella scorsa edizione eliminati con un secco 4-0, potevano contare sull’addizione di Mike Bibby e sulla maturazione di un gruppo fra i migliori nella storia della franchigia (Divac, Webber, Stojakovic, Christie, Bibby). Sacramento lotto’ duramente per 7 partite (riuscendo anche a portasi in vantaggio nella serie) ma dopo un’infuocata Gara 7


2002: Shaq festeggia il Three-Peat (3 titoli vinti di fila) ed il terzo trofeo da MVP.

(fu necessario un supplementare ed il punteggio finale termino’ con uno scarto di soli 2 punti) furono ancora una volta i Lakers a spuntarla e ad accedere in finale. Ad attendere L.A. c’erano i giovani, ma soprattutto privi di centri di peso, New Jersey Nets. O’Neal, per la terza volta consecutiva, mostro’ tutta la sua potenza sul palcoscenico piu’ prestigioso delle Finals terminando con 36.3 punti, 59.5% dal campo, 12.3 rimbalzi, 3.8 assists e 2.75 stoppate. La squadra dello Stato Giardino fu spazzata via in 4 incontri e Shaq si unì a MJ come unico giocatore nella storia della NBA a vincere 3 MVP delle Finali consecutivamente. Stabili’ anche diversi record attualmente imbattuti: il massimo numero di punti (145), il massimo numero di liberi realizzati (45) e tentati (68) fatti registrare da un singolo giocatore nell’arco di 4 partite di finali.

Pochi giorni prima del via della stagione 2002-2003, Shaq decise di farsi operare al mignolo saltando cosi’ tutto il training camp ed il primo mese di stagione regolare. Bryant, fresco del terzo titolo ma ancora una volta vinto “all’ombra” del Diesel, accuso’ O’Neal di ingrassare troppo durante i mesi estivi e di essersi fatto operare apposta a fine Settembre per prolungare le proprie vacanze. Ancora una volta fu necessario l’intervento della dirigenza e di Phil Jackson per riappacificare la situazione. Il centro piu’ dominante di tutti i tempi, frasi tatuata sul suo braccio, chiuse la stagione con 27.5 punti, 11.1 rimbalzi e 3.1 assists a partita. Durante la post-season continuo’ a viaggiare sui 27 punti incrementando i rimbalzi (14.8) e gli assists (quasi 4 di media) ma i Lakers dovettero fare i conti con la totale mancanza di un rinnovo della panchina (gli elementi in grado di garantire piu’ di qualche minuto ad alto livello erano davvero pochissimi). Robert Horry, eroe del trionfo contro i Kings l’anno prima, non entro’ mai in partita nella serie contro gli Spurs (0/18 da tre in sei partite) e l’infortunio di Fox aggravo’ maggiormente la situazione. I Lakers furono eliminati dai Texani nelle semi-finali di conference per 4-2.

Shaq durante tutta l’estate del 2003 fece pressione affinche’ venisse prolungato il suo contratto, in scadenza dopo 2 anni, ma la dirigenza non lo accontento’ perche’ prima voleva vedere i risultati della stagione 03-04. Dal mercato dei free-agent arrivarono Gary Payton e Karl Malone entrambi decisi ad unirsi al Shaq&Kobe Show per cercare di vincere il titolo Nba. La mancata estensione del Diesel, il suo rendimento piu’ basso del solito (21.5 punti, 11.5 rimbalzi, 2.9 assists), la coesistenza di 4 futuri Hall of Famer nella stessa squadra e il duo Bryant-Jackson n scadenza a fine anno furono argomenti che fecero discutere molto sui giornali di Los Angeles su quale fosse il futuro di una delle franchigie NBA piu’ famose del mondo. Nonostante il costante via vai di voci (Payton che si lamentava per l’attacco triangolo; Malone per la prima volta in lista infortunati; Kobe e Shaq, come al solito, avevano qualche motivo per litigare) i Lakers si presentarono ai Playoffs come i campioni della Pacific Division e in forma al 100%. Nel primo turno si sbarazzarono senza tanti problemi dei giovani Houston Rockets (guidati dal duo Francis-Yao) quindi arrivo’ nuovamente il secondo turno contro gli Spurs di Duncan eGinobili. I Texani partirono bene (2-0) ma Phil Jackson riusci’ a creare degli accorgimenti tattici che misero in crisi l’attacco di San Antonio (in particolare Tony Parker) e cosi’ il Diesel e Malone riuscirono a raddrizzare la serie: con 4 vittorie consecutive passarono alle Finali di Conference. Ad attenderli erano presenti i giovani Wolves del trio Garnett-Cassell-Sprewell. Purtroppo Minnesota non dovette fare i conti solo con la poca esperienza a livello di playoffs ma anche con gli infortuni: entrambi i playmaker (Hudson e Cassell) scesero in campo con parecchi problemi fisici e non riuscirono a fermare la potenza di 0’Neal & co che ottennero il quarto biglietto, in cinque anni, per le Nba Finals. Proprio sul palcoscenico piu’ importante dell’anno, ironia della sorte, i Lakers caddero in disgrazia: Malone, per fermare Garnett, nelle Finali di Conference si infortuno al ginoccho’ e scese in campo al 20% della propria forma fisica; Bryant (eccezione fatta per Gara 2) e Payton non riuscirono mai ad entrare in partite perche’ l’asfissiante difesa dei Pistons (rispettivamente di Prince e Billups) non lasciava loro spazi liberi; Shaquille O’Neal da parte sua disputo’ delle ottime partite, fra cui una memorabile Gara 4 (36 punti e 20 rimbalzi) ma ovviamente da solo non riusci’ a portare L.A. alla vittoria ed arrivo’ la sconfitta per 4-1. La stagione fini’ con il ritiro di Phil Jackson ed i rapporti fra Kobe e Shaq completamente distrutti. Proprio per questo motivo il Diesel, poche ore dopo la conclusione di Gara 5, chiese di essere ceduto.

La Citta’ degli Angeli, ancor


Shaq arriva a Miami: tutta la citta’ e’ in delirio per l’arrivo di uno dei piu’ grandi di sempre.

prima di cercare una squadra dove sistemare O’Neal, inizio’ a sondare il mercato dei coach per assumere un nuovo allenatore e fra i vari colloqui fatti ci fu anche quello con il Gm dei Miami Heat Pat Riley. Pat, headcoach dei Lakers ai tempi dello Show-Time di Magic Johnson, secondo alcune voci mai confermate ufficialmente, sarebbe stato pronto a sedersi sulla sua “vecchia” panchina giallo-viola solo se la dirigenza era disposta a trattenere Shaq e Kobe. La sua richiesta non fu accolta dunque Riley passo’ al “piano b” e mise a segno una delle trade piu’ importanti di tutti i tempi nella storia della NBA: porto’ il Diesel nella Capitale della Florida come contropartita di Lamar Odom, Caron Butler e Brian Grant.

Shaq fu accolto a Miami come un vero re, gli furono consegnate anche le Chiavi della Citta’, e da subito nacque uno splendido rapporto di amicizia e stima fra il Diesel e la stella futura della squadraDwyane Wade. La prima annata di O’Neal in maglia Heat termino’ con 22.9 punti, 10.4 rimbalzi e 2.7 assists. Le sue cifre non erano piu’ quelle degli anni d’oro, pero’, il Diesel rimaneva il centro piu’ devastante della lega: non esisteva difesa che non usasse degli appositi schemi per marcarlo perche’, nonostante l’eta’, se veniva lasciato in uno contro uno, nell’area colorata, risultava sempre immarcabile. Nei playoffs i suoi numeri subirono un leggero calo verso il basso: 19.4 punti, 7.8 rimbalzi e 1.9 assists. Attenzione a non sbagliare valutazione perche’ Shaq non fu mai al 100% delle proprie potenzialita’: durante le ultime partite di stagione regolare si fece male, quindi disputo’ il primo turno con i Nets al 50-60%; poi, nelle semi-finali della Eastern Conference, scese in campo nei primi due match contro i Wizards ma salto’ gli ultimi due. Nelle sette gare contro i Pistons, finale della Eastern Conference, fu sempre presente ma l’assenza di Wade nei due match point, gara 6 e 7, fu fatale agli Heat. In estate Riley non mostro’ alcuna riluttanza ad estendere immediatamente il contratto di O’Neal per altri quattro anni. Da parte sua il Diesel, per non occupare troppo spazio nel salary cap, non chiese il massimo salariale ma si “accontento’” di 20 milioni di dollari a stagione.

Il 2005/06 fu il primo campionato in cui O’Neal non viaggio’ in doppia doppia (concluse con 20 punti, 9.2 rimbalzi, 1.9 assists) tuttavia la sua presenza a Miami continuo’ ad essere fondamentale per ogni schema offensivo. Alcune difese non mandavano piu’


Gli Heat con l’arrivo di Shaq sono stati in grado di vincere il titolo gia’ nel 2006.

due/tre uomini su di lui e si limitavano a marcarlo uno contro uno, ma nessuno si e’ mai permesso di trascurarlo e se chi lo marca non era un giocatore esperto rischiava di non riuscire a contenerlo. Nei Playoffs si trasformo’ dando fondo a tutta l’energia risparmiata durante il campionato e mostrando tutta la sua potenza. Specialmente nelle serie contro Detroit dove i Pistons (finali di conference) non riuscirono mai a limitarlo. Nelle Finals il suo rendimento calo’ ma la difesa dei Mavs, concentrata a studiare i suoi movimenti, pago’ dazio a Wade permettendogli di viaggiare a piu’ di 30 punti a partita e di proiettare Miami come Campione NBA. Shaq, per la prima volta da quando vince una finale, non risulto’ l’MVP dei playoffs ma comunque sul primo trofeo della franchigia di Miami, il quarto vinto da O’Neal, l’impronta del Diesel c’e’ ed e’ molto consistente. Nella post-season concluse con 18.4 punti, 9.8 rimbalzi, 1.7 assits.

L’anno seguente inizio’ discretametne per il Diesel che, pero’, verso la meta di Novembre dimenticò di indossare una ginocchiera e in campo (contro i Nets) sbatté violentemente il ginocchio contro un avversario. L’infortunio subito non sembrava niente di grave ma il dolore non accennava ad andarsene e quindi si sottopose alla risonanza magnetica. I risultati  mostrarono la necessita’ di intervenire con un’operazione chirurgica (fortunatamente di lieve entita’) per un problema di cartilagine nell’arto sinistro. L’intervento avvenne nel migliori dei modi ed i tempi di recupero parlavano di  4/6 settimane di stop piu’ riabilitazione. Il suo rientro era attesto per la fine del 2006 o inizio 2007, tuttavia il Diesel, arrivati nel periodo stabilito, non accennò minimamente a tornare in campo. Nel frattempo Wade, rimasto l’unico giocatore degli Heat ad impegnarsi ogni sera al 100%, si fece male e Coach Riley abbandono’ la panchina per farsi operare all’anca. Miami rimase allo sbando per un mese circa e poi tornarono Flash, Riley e a fine gennaio finalmente anche O’Neal. Con il loro trio motore in “sella” gli Heat vissero il momento piu’ caldo del campionato scalando la Conference e  riportando il bilancio al 50% di vittorie sconfitte. Wade torno’ a farsi male ed il Diesel, aiutato dal neo arrivo Jones, riusci’ comunque a mantenere il record oltre il 50% grazie alla sua media di 17.3 punti, 7.4 rimbalzi e 2 assists. Nella post-season il contributo di O’Neal risultò praticamente identico a quello fatto vedere nella corsa al titolo 2006 (18.8 punti, 8.5 rimbalzi, 1.3 assists)  ma la disastrosa situazione generale di Miami (Wade, Payton, Haslem e Kapono infortunati o non al 100%; Jones, Walker, Williams, Posey quasi sempre “sotto le righe”) costo’ cara agli Heat che da campioni NBA in carica vennero spazzati via al primo turno dai Bulls con un sorprendete 4-0. Durante l’estate Riley critico’ Shaq senza troppi giri di parole perche’ considerato il suo stipendio (20 milioni di dollari a stagione) si attendeva dal Diesel un contributo maggiore.

Vediamo come ha concluso il 2007/08:

Punti
Rimbalzi
Assists
13.6
9.1
1.5

Nei Playoffs 2008:

Punti
Rimbalzi
Assists
15.2
9.2
1

O’Neal, in seguito alle critiche di Riley, prese parte alla pre-season  dove scatto’ il primo campanello di allarme per gli Heat, ancora senza Wade, i quali non riuscirono a vincere nemmeno una partita (0-8). La  pre-season non conta nulla ma la dirigenza di Miami decise comunque di acquistare Ricky Davis per Antoine Walker ormai ai ferri corti con Riley e lo spogliatoio in generale La trade non servi’ a nulla perche’, complice una campagna acquisti completamente sbagliata (Parker e Hardaway), Miami fini’ per replicare quanto visto nella pre-season. Il Diesel nel mese di dicembre si fece male all’anca ed abbandono’ la squadra per circa un mese. Quando rientro’ era febbraio e poche ore prima della chiusura del mercato, 21 di Febbraio, con la stagione ormai compromessa per Miami, Shq venne ceduto ai Suns per Shawn Marion e Marcus Banks. A premere il bottone della trade fu  Steve Kerr, nuovo GM di Phoenix, il quale decise di  cambiare assetto a Phoenix rendendola meno veloce ma piu’ competitiva sotto canestro in previsione dei playoffs 2008.

Shaq con la maglia dei Suns si autoproclama “The Big Cactus” (il grande Cactus) e dopo un periodo di assestamento inizia a produrre le sue solite cifre (ovviamente non quelle dei tempi d’oro di Los Angeles): 13 punti e 10.6 rimbalzi. Con lui in squadra Phoenix riesce a vincere anche una striscia di 7 partite consecutive tuttavia restano molti dubbi sul suo inserimento. Dubbi che trovano conferma nei playoffs dove Phoenix ha incrociato la via degli Spurs rimediando un’eliminazione 4-1 subito al primo turno. Bisogna dire, pero’, che il Diesel il suo contributo la dato (15 punti, 9 rimbalzi e 2 stoppate) ma piuttosto il resto dei Suns (a parte dall’allenatore, passando per Nash e l’infortunio di Hill) e’ sembrato l’ombra di quello visto negli ultimi 3 anni. In estate Kerr sembra deciso a ristruttura la squadra ma O’Neal e il suo maxi contratto (20 milioni di dollari a stagione per ancora 2 anni) difficilmente saranno ceduti.

Terminiamo facendo un elenco di tutti i record ed i premi (di squadra e individuali) vinti fino ad oggi da O’Neal:

  • Rookie of The Year 1992-93;
  • M.V.P. della stagione 1999-00;
  • Vincitore di quattro titoli NBA (2000-2001-2002-2006);
  • M.V.P. della Finale 2000;
  • M.V.P. della Finale 2001;
  • M.V.P. della Finale 2002;
  • Convocato per 14 volte al All Star Game (dal 1993 al 2006);
  • M.V.P. All Star Game 2000;
  • M.V.P. All Star Game 2004;
  • 2 volte Capo cannoniere della NBA (1994/95 – 1999/00);
  • Inserito nel All Rookie Team del 1992/93;
  • Inserito per 13 volte in uno dei tre All Nba Team (dal 1994-95 al 2005/06);
  • Inserito per 3 volte in uno dei due All Defensive Team (dal 1999-00 al 2000/01 – 2002/03);
  • Membro della Nazionale degli Stati Uniti che vinse l’oro alle Olimpiadi del 1996;
  • Inserito dalla NBA nella lista dei 50 giocatori piu’ forti di tutti i tempi (Nba @ 50).

Per scoprire la galleria fotografica di Shaq cliccate sul link sottostante. Buona visione!

FONTE http://www.joeiverson.com/BioM-Z/the_shaq.htm
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