Chiude Haemonetics. La rabbia dei lavoratori

La multinazionale americana ha annunciato mercoledì lo stop alla produzione

di Daniele Luzi

Un momento della protesta sotto la sede di Confindustria

Un momento della protesta sotto la sede di Confindustria

-IL RESTO DEL CARLINO – Ascoli Piceno, 20 giugno 2013 – L’Haemonetics chiude lo stabilimento di Ascoli. La notizia più temuta si è materializzata ieri, nell’incontro che i sindacati e la Rsu hanno avuto con il presidente dell’Haemonetics Europa, James Wulf. E intorno alle 19 i lavoratori che si erano radunati sotto la sede di Confindustria hanno avuto la conferma di quanto già trapelato nel primo pomeriggio. Fino al 31 luglio resteranno in vigore i contratti di solidarietà: «Il board americano ha deciso la chiusura – sono state le prime parole di Pino Marucci dell’Ugl all’uscita dalla riunione, quando intorno a lui si è formato un capannello di lavoratori – e noi sindacati ci siamo trovati di fronte una squadra venuta a dire quello che era già stato deciso. È stato un pugno in faccia – ha aggiunto – ma da parte nostra faremo terra bruciata. Pensavamo potesse essere un incontro interlocutorio, non ci aspettavamo questa comunicazione. Noi non molliamo, perché ci rifiutiamo di accettare questa decisione: chiederemo un incontro al Ministero dello sviluppo economico». Intanto oggi ci sarà una riunione in Regione con l’azienda e domani dalle 16 alle 18 si terrà un’assemblea in fabbrica. «Noi abbiamo fatto diverse proposte – ha aggiunto Giancarlo Collina, segretario della Cgil – anche per quanto riguarda l’abbattimento dei costi dell’energia. Dobbiamo capire se è possibile un ripensamento, attraverso un aumento dei volumi o una diversificazione dello stabilimento. Ad oggi, però, non c’è niente di tutto questo». Una soluzione potrebbe essere quella della vendita dello stabilimento, alternativa proposta durante l’incontro e che, anche se appare di difficile percorrenza, potrebbe essere l’unica per salvare il sito ascolano. In una nota dell’azienda si legge che «pur avendo preso attentamente in esame tutte le alternative possibili – compreso il trasferimento ad Ascoli di una parte della produzione da altri stabilimenti – l’azienda ritiene che, sul lungo termine, il ritorno economico legato al mantenimento di questo impianto non sia sostenibile, né sarebbero giustificati ulteriori investimenti».

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