Ci vorrebbe l’enigmista

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

IL BORGHIGIANO 20142015

Pesaro, 18 gennaio 2016 – Sarà anche un valente matematico Luca Ceriscioli, ma ha preso male le misure. Di sicuro non pensava che alla prima strettoia il meccanismo della Sanità provinciale finisse incastrato, rovinosamente. Non pensava di bruciare l’architettura organizzativa che aveva appena battezzato (il duo dirigenziale Marini-Di Bernardo a forte rischio, anche se difficilmente il presidente darà la testa di qualcuno a chi gliela chiede). Infine, pur essendo di solito ben addentro ai problemi del Pd, difficilmente poteva ipotizzare di trovare i sindaci Pd ammaliati e circuiti da quell’animale politico che è Maurizio Gambini. Insomma se l’inizio era in salita, ora è diventato una vera impresa. Un ottomila o giù di lì. Anche perché, se tanto ci dà tanto, il destino degli ospedali di polo appare segnato. Non da oggi, ma ancor più oggi. La legge statale infatti non concede grandi margini a strutture di questo tipo: a meno che la Regione non le dichiarari in area disagiata. In realtà quello che l’Asur ha anticipato in maniera maldestra sotto le ferie di Natale prima o poi (probabilmente entro l’anno) accadrà di nuovo. I vincoli di bilancio del governo sono sempre più stretti e la gestione precedente ha lasciato in eredità un tot di gravi problemi oltre a manager prorogati in maniera discutibile politicamente.

Ma, al di là di tutto, il vero cul de sac per Ceriscioli ed il Pd pesarese è la questione dell’ospedale unico. Da una parte è come infilarsi in un nido di vespe, dall’altra è una battaglia con troppi nemici, interni ed esterni, per qualsiasi ‘statista’ di provincia. Non vorremmo essere facili profeti, ma, per come si è messa ora, l’ospedale unico rischia di essere una chimera. Nulla più. Potremmo passare ore a spiegarvi il perché, ma lo si può intuire falcimento da quello che sta accadendo a Fano (conseguenza delle scelte di 5-6 anni addietro della gestione regionale di Almerino Mezzolani) e che verrà ribadito quest’oggi nel confronto in consiglio comunale con lo stesso Ceriscioli. L’obiettivo della politica fanese è far saltare l’ospedale unico. E’ l’unica cosa chiara ed evidente. Inutile stare a cavillare sulle motivazioni, che possono essere serie, approfondite e strumentali ma partono da un dato di fatto: Fano è la terza città delle Marche e non vuole perdere l’ospedale. Tanto che i suoi amministatori non riescono nemmeno ad arrivare a Fosso Sejore, la metà strada con Pesaro dove Aguzzi li aveva condotti per mano con una bella dose di coraggio. I fanesi vogliono che rimanga il Santa Croce com’era prima di Marche Nord. A costo di diverdere le strade da Pesaro.

Il problema è che il giorno successivo al divorzio l’azienda ospedaliera Marche Nord, con i suoi vantaggi in termini di budget e di servizi ancora da esplorare e conquistare, è destinata a scomparire. Si tornerebbe indietro di 20 anni o giù di lì, dando un’altra grande spinta alla mobilità passiva verso l’Emiliar-Romagna. Non solo, verrebbe definitivamente meno ogni possibilità di riequilibrio con Ancona, a livello di posti letto, servizi ed eccellenze. Verrebbe anche meno totalmente il senso di un pur minimo cambiamento rispetto alla gestione Spacca. Si tornerebbe quasi ai tempi in cui i pesaresi ed i fanesi morivano d’infarto perché non si poteva avere una emodinamica funzionante o una cardiochirurgia come quella conquistata dalla piccola Teramo. Altro che ‘battaglia’ culturale in difesa della Sanità pubblica contro l’invasione dei ‘privati’. Il passaggio è delicatissimo e presuppone gravi rischi di fallimento politico (e pochi si straccerebbero le vesti) ma soprattutto sociale-sanitario. Il puzzle è così complicato che, probabilmene, per trovare una soluzione più di un matematico ci vorrebbe l’enigmista.
 

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