Ciao Alberto…

IL BORGHIGIANO 2013

Alberto Bevilacqua (Corriere.it)

il Resto del Carlino

Addio (con giallo) a Bevilacqua. Il Po e le donne, i suoi amori
Il decesso in clinica a 79 anni: la procura dispone l’autopsia

È MORTO ieri mattina in una clinica romana, dopo quasi undici mesi di ricovero in seguito a uno scompenso cardiaco, Alberto Bevilacqua, 79 anni, scrittore, regista e poeta. La morte del grande autore di Parma, capace di vendere milioni di copie e tradotto in mezzo mondo, si è purtroppo consumata in un viluppo di rancori e ripicche che hanno diviso i familiari dalla sua ultima compagna, l’attrice Michela Miti (il cui vero nome è Michela Macaluso). Già la Procura di Parma, su richiesta dei suoi legali, aveva tempo fa disposto la nomina di un amministratore di sostegno provvisorio, poiché la compagna lamentava che lo scrittore non venisse curato a dovere, «nonostante la retta di tremila euro al giorno».
Dall’altra parte la famiglia, e soprattutto la sorella Anna, aveva invece confermato la propria fiducia nell’operato dei medici. Il clima di tensione è così sfociato in un comunicato dei responsabili della clinica, in cui si sottolinea che la degenza è stata «a fasi alterne» e soprattutto che la morte è avvenuta «per arresto cardiocircolatorio», e non per un’infezione come sostiene la compagna. Ma, date le proteste e i sospetti avanzati dall’attrice, la Procura ha comunque autorizzato l’autopsia sul corpo, nonostante l’opposizione della famiglia.

SE NE VA così uno dei narratori di maggior successo del dopoguerra, un autore sanguigno e visionario che traeva dalla terra natale, Parma e il Po, la linfa vitale delle sue opere. Opere che Bevilacqua preferiva chiamare «narrazioni» e non «romanzi», spiegandone così la differenza: «Il romanzo deve ubbidire alle leggi dei personaggi, le narrazioni nascono da cose e figure che si conoscono bene». E infatti il suo primo libro, “Una città in amore”, dedicato proprio a Parma, narra in modo fluviale e talvolta affastellato la figure di spicco del quartiere popolare e anarchico dell’Oltretorrente, a cominciare dall’anarchico Guido Picelli, di cui Bevilacqua era andato a scovare la tomba fino a Barcellona, contrapposto al quartiere «bianco» della Parma-bene. Anche se il vero successo venne con il romanzo “La Califfa” (1964), grazie anche al film, da lui stesso diretto, con Romy Schneider e Jean Seberg. Altri titoli di successo, tra la quarantina da lui scritta: “Questa specie di amore” con cui vinse il Campiello nel 1966, “L’occhio del gatto”, premio Strega proprio nel cruciale 1968, “Umana avventura”, “Un viaggio misterioso” e “I sensi incantati” che hanno vinto il Bancarella nel ’72 e nel ’91.
LA PROSA di Bevilacqua veleggia tra realismo e surrealismo, realtà e sogno, caratteristica degli autori delle terre bagnate dal Po, uno stile che spesso gli valse l’ostilità dell’establishment letterario, soprattutto dal Gruppo ’63 che lo bollò spregiativamente come “Liala”. Ma il suo primo romanzo, “La polvere sull’erba”, è stato pubblicato solo nel 2000, poiché tratta di un tema allora considerato scabroso: le faide tra ex partigiani ed ex fascisti nel «triangolo rosso» subito dopo la guerra.

PROPRIO il Po è stato il vero humus in cui sono nate le opere letterarie di Bevilacqua. Lui stesso ha scritto «il Po è il mio Paradiso e il mio inferno. È stato la mia ispirazione, il mio rifugio, il mio asilo». E solo molti anni dopo, nel romanzo “Lui che ti tradiva”, rivelò che, a sei anni e mezzo, proprio lungo le rive del Po era stato violentato da una donna, e che da quel trauma probabilmente era stata condizionata tutta la sua vita.

ALBERTO Bevilacqua è stato anche regista, spesso di film tratti dalle sue opere (sebbene parlasse del cinema come di «arte minore»): oltre alla “Califfa” ha diretto “Questa specie di amore”, “La donna delle meraviglie”, “Attenti al buffone”, “Le rose di Danzica” (per la tv), “Tango Blu”. Anche qui, tranne il felice esordio della “Califfa”, la critica non gli ha risparmiato osservazioni poco lusinghiere. Ma d’altronde Bevilacqua si sentiva innanzitutto poeta, non per nulla visto che i suoi primi versi erano stati letti, apprezzati e promossi alla pubblicazione proprio dal grande poeta e concittadino Attilio Bertolucci.

COSÌ Bevilacqua definiva la poesia: «I messaggi segreti che manda il cosmo». D’altronde egli stesso si vantava di possedere un sesto senso, «che ho sviluppato fino a potenziare il mio sensitivismo». Sosteneva di aver conosciuto, nell’infanzia, gli stregoni che abitavano lungo le rive del Po, e che praticavano riti orientali. Forse un po’ di quella magia era penetrata anche nelle sue pagine.

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