Collodet ce l’ha fatta: è a Gerusalemme

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –
IL BORGHIGIANO 20142015

Ancona, 24 dicembre 2014 – «Give peace a chance», cantava Lennon più di quarant’anni fa. E nel 2014 la speranza di un amore universale continua ad animare alcuni coraggiosi, come un prof di religione che parte a piedi da Ancona per raggiungere Gerusalemme: il suo obiettivo è raccogliere preghiere per un futuro senza conflitti né odio. Tra varie peripezie, tra le quali un blocco al confine con la Siria e la paura di essere rapito e di fare un brutta fine, Collodet ha portato a termine il suo progetto. «Le preghiere sono tantissime – ha raccontato ieri parlando al telfono da Israele –. ora sono a Betlemme, vicino alla Natività, c’è un grande clima di pace e sono felice di essere qui. Tutte le paure e le tensioni sono svanite nel nulla. I messaggi che i tanti pellegrini mi hanno affidato lungo il cammino o mandato via internet le metterò domani 25, il 26 e il 27 dicembre alla Basilica del Santo Sepolcro, alla Cupola della Roccia e sul Muro del pianto. Sono davvero tantissime e forse riuscirò a ringraziare tutti in mondovisione durante la cerimonia ripresa in diretta stanotte».

Franco, il suo viaggio non è stato sempre una passeggiata.
«No, infatti. Sono partito a piedi dal Duomo di Ancona passando per la via Traianea. E poi grecia, Turchia e Siria. E soprattutto alla seconda barriera con la Siria ho avuto qualche difficoltà. Lì hanno cominciato a farmi diverse domande con un tono minaccioso. Intanto, di fianco a me vedevo ragazzi occidentali con grossi zaini oltrepassare il confine ed essere accompagnati da guardie armate nel Paese. Stavano chiaramente andando ‘dalla loro parte’, non so se si possa chiamare arruolamento. A quel punto ho capito che era meglio tornare indietro e arrivare in Israele passando da nord, con l’aereo».

Ma quando i giornali e le tv erano zeppi di esecuzioni dei terroristi dell’Isis contro occidentali, anche lì non ha mai pensato di rinunciare?
«Non ho mai avuto dubbi, né ripensamenti. Sapevo che in qualche modo ce l’avrei fatta e alla fine sono arrivato grazie all’amore enorme che ho incontrato per strada. Certo, mi sono fatto crescere la barba e ho cambiato spesso numero di telefono, oltre a non comunicare in tempo reale i miei spostamenti. Ma poi una volta arrivato in Israele tutto è tornato alla normalità. Certo, considerando la normalità che si vive qui».

Cosa l’ha sconvolta di più?
«Sapere che alcuni paesi in Israele, agglomerati urbani anche da cinque o seimila persone, vive gente che sul passaporto non ha nazionalità. Sono zone in cui gli israeliani non entrano da vent’anni. Mi ha fatto impressione».

E ora, dopo 4mila e 100 chilometri a piedi, siamo arrivati alla notte di Natale con un sacco di preghiere.
«Sì, un’emozione indescrivibile».

E poi? Torna indietro a piedi?
«No, la Fondazione Balducci Rossi di Senigallia ha seguito il mio progetto e mi ha proposto di andare a portare un messaggio di pace in Costa d’Avorio».

E lei cos’ha risposto?
«Parto il primo gennaio direttamente da Israele».



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