Con la scusa dei massaggi toccava i genitali dei ragazzi, condannato coach di rugby

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

IL BORGHIGIANO 20142015

San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), 11 maggio 2015 – La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a tre anni di reclusione (pena sospesa dalla condizionale) per un allenatore di rugby che faceva avances sessuali ai suoi ragazzi con la scusa dei massaggi.

In base alla descrizione delle molestie resa da sei ragazzi di circa sedici anni di San Benedetto, la Suprema Corte ha confermato la minore gravità degli abusi, già accertata dalla Corte di Appello di Ancona e dal Gip di Ascoli.

Nel processo “è emerso che l’imputato – scrive la Cassazione nella sentenza 18663 – secondo una strategia costante, cercava di sfruttare le situazioni favorevoli per compiere atti sessuali sui suoi allievi, toccando i loro organi genitali durante i massaggi sportivi”.

“Tali atti – prosegue il verdetto – non erano dei meri approcci destinati a saggiare una disponibilità a proseguire in rapporti sessuali più spinti, ma erano invece atti che già potevano soddisfare gli istinti sessuali dell’imputato; e di ciò le vittime erano perfettamente consapevoli, perché il loro silenzio nell’immediatezza dei fatti e il loro imbarazzo nel raccontare ciò che era avvenuto anche a distanza di tempo lasciava intendere che essi avevano percepito tali comportamenti come violazioni della loro sfera sessuale”.

Gli allievi si erano sempre “immediatamente divincolati e allontanati dall’imputato e avevano consentito, al più, a masturbarsi in sua presenza, senza mai tollerare di continuare a subire gli atti sessuali posti in essere sulle loro persone”, per questo il tipo di violenze esercitata è stata riconosciuta come di forma meno grave anche se il coach approfittava della “inferiorità fisica” dei ragazzi, rispetto alla sua mole, e agiva con “abuso di autorità”.

L’allenatore per alleggerire la sua colpa ha sostenuto che i ragazzi non si potevano considerare come ‘affidati’ a lui dal momento che all’epoca dei fatti (avvenuti circa nel 2005) lui aveva 23 anni e loro sedici. Ma per la Cassazione questa differenza di età non è irrilevante e non si può parlare di coetanei, inoltre il coach – sottolinea la Suprema Corte – “aveva il potere, in quanto allenatore, di escludere dalla squadra le stesse persone offese, che dunque si trovavano nei suoi confronti nella tipica posizione di soggezione psicologica derivante dal rapporto di affidamento maestro-allievo”. L’imputato dovrà anche risarcire i ragazzi, sue vittime, che hanno trovato la forza di denunciarlo solo nei primi mesi del 2011.



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