Delitto del College, il Dna non basta

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

IL BORGHIGIANO 20142015

Urbino, 2 gennaio 2015 – Uccise 18 anni fa la portiera di un collegio universitario. La vittima si chiamava Floride Cesaretti, aveva 47 anni, un marito e due figli.

Da quel momento non si è mai interrotta la caccia al suo assassino, arrivando a spulciare pure le caratteristiche somatiche e molecolari riscontrate in una comunità specifica dell’Argentina. Che ha una particolarità: quella gente ha lo stesso dna mutato geneticamente dell’omicida di Floride.

Che inseguono tutti: polizia, carabinieri, vigili urbani. Anzi, sembra che le indagini le faccia una città intera: Urbino, compresa la sua Università, che ha messo a punto un procedimento ancor più parcellizzato per evidenziare il Dna del colpevole.

Ma nessuno sa ancora chi è che ha ucciso Floride, massacrata la notte del 27 novembre del 1998 nella sua guardiola con 22 colpi di badile alla testa. L’omicida le rubò spiccioli: meno di 200 mila lire, che teneva in una cassettina.

Prima andò a lavarsi le mani di sangue in un bagnetto attiguo al punto dell’omicidio, che conoscevano in pochi. Poi fuggì a piedi nella neve, con i vestiti imbrattati di sangue, portandosi dietro badile, la borsetta della vittima, il suo beauty case, e la cassettina degli spiccioli.

Troppe cose per sole due mani. Ritrovarono a un chilometro la borsetta e il beautycase. Il badile mai. La rapina è sembrata un ripiego, ma è l’unica spiegazione.

Floride non aveva nemici, né amanti, né gelosie lavorative. Era stimata e benvoluta. Gli inquirenti sospettarono subito tutti ma senza sapere perché. Studenti, professori, frequentatori e colleghi di lavoro che entravano e uscivano dai collegi universitari furono indagati. Perché si è partito da un presupposto: Floride doveva conoscere il suo assassino.

Non c’erano riscontri certi a questa conclusione, ma è stata presa per buona da tutti. Fino ad arrivare al giovane col pizzetto, visto la sera del delitto vicino alla guardiola, uno studente pugliese che sottoposto ad Dna, 9 anni dopo, è stato scagionato.

Ma qual è il Dna da comparare? La procura di Urbino ne ha estrapolato tre. Il primo è un’impronta dell’assassino col sangue di Floride riscontrata in un montacarico. Un altro dna è stato isolato dai alcuni capelli trovati sotto le unghie della vittima e il terzo è un elemento esterno (forse impronta di una mano) trovato in una gamba di Floride, tra caviglia e ginocchio. Due anni fa, hanno riaperto per la terza o forse quarta volta il caso, partendo da quel popolo dell’Argentina che si ritrova quel dna «strano» e raro uguale all’omicida.

La polizia è tornata negli archivi dell’università per andare a vedere se nel 1998 ci fossero studenti argentini a Urbino. C’erano. E non è stato necessario attraversare l’Atlantico per cercarli. Sono rimasti in Italia. Una volta rintracciati, sono stati convocati e alla richiesta di farsi sottoporre ad esame del dna non hanno avuto nulla in contrario.

La risposta è stata chiara: non avevano nulla a che fare con quelle impronte riscontrate nel delitto Cesaretti. Ma gli inquirenti hanno deciso di allargare di nuovo il tiro a 36 persone, compresi colleghi di lavoro della vittima, gente che poteva avere interesse a non farsi riconoscere mentre faceva qualcosa di sgradevole, come il furto di prosciutti depositati in una cucina sotto la guardiola di Floride per una tombola che doveva tenersi il giorno dopo.

Ma alcuni mesi di intercettazioni con verifica per ognuno del Dna, non ha portato a nulla. Anzi, nelle telefonate si sentono le persone convocate in procura per il Dna che si dicono felici che si indaghi ancora. Ma ad un certo momento, ad agosto del 2012, i poliziotti in servizio alla procura di Urbino, leggono e vedono in tv che un 38enne di Gela, Fabio Greco, una laurea in scienze della comunicazione, ha ucciso la madre adottiva con una statuetta sacra infierendo con svariati colpi nel viso.

Un omicidio che «somigliava» a quello di Urbino. Controllano se quel Greco fosse uno studente universitario di Urbino nel 1998. Lo era. Allora gli agenti volano nel carcere di Caltanissetta per chiedergli di sottoporsi a Dna. Greco accetta, ma dice che non c’entra niente. E il Dna lo conferma. Anche la terza riapertura di indagine si chiude in breve tempo con una archiviazione. L’assassino di Floride rimane sconosciuto, dopo averlo cercato anche in Argentina. Ma se leggerà questo articolo, sappia che in procura gli staranno dietro. Per sempre.

(4-continua)

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