Delitto Sarchiè, Farina fa il chierichetto in carcere

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

IL BORGHIGIANO 20142015

Camerino (Macerata), 18 novembre 2015 – In tribunale lo accusano di un omicidio efferato, in carcere fa il chierichetto. Nessuno è solo lupo o solo agnello sembra voler dire Giuseppe Farina, imputato per l’omicidio di Pietro Sarchiè e detenuto nella casa circondariale di Camerino da febbraio insieme con il figlio Salvatore, coinvolto con lui nella stessa accusa. Ogni domenica mattina l’arcivescovo Francesco Giovanni Brugnaro celebra la messa in carcere, nella veste di cappellano dell’istituto. E spesso, a dare una mano all’altare c’è anche Farina. La cronaca delle indagini e le prime battute del processo non facevano pensare a una religiosità del quarantunenne di origini catanesi. Si è parlato delle ricerche difficili per ritrovare il commerciante sambenedettese, scomparso il 18 giugno dell’anno scorso e ritrovato il 5 luglio. Si è parlato dei sospetti su Farina e sul figlio, unici concorrenti di Sarchiè nella vendita ambulante di pesce. Hanno prima respinto ogni accusa, poi alla fine il padre è crollato, ha ammesso tutto assicurando però che il figlio non c’entra nulla.

Intanto, c’è la vita di ogni giorno in carcere. «Tutti i detenuti partecipano alla funzione – racconta l’arcivescovo Brugnaro –, c’è chi mette la tovaglia, chi il vino, chi accende le candele, chi fa una lettura, e se qualcuno è intonato può fare un canto: nessuno viene servito in carcere. Vengono anche i musulmani, ascoltano in silenzio una buona parola. Poi se qualcuno ha bisogno di qualcosa può chiederlo: c’è chi chiede notizie dei familiari che magari non sente da tempo, chi ha bisogno di indumenti. Molti fumano, così capita che io lasci 50 o 100 euro per consentirglielo ma con moderazione. Il problema è rendere umano il luogo dove uno si trova costretto, anche se per sua responsabilità. Certo, non si può misurare la fede di una persona dal fatto che venga alla messa la domenica. Ma in ogni caso bisogna creare un luogo di rispetto, di accoglienza. Chi viene condannato è ancora più sfiduciato – conclude l’arcivescovo – e la fede su questo ci insegna una cosa fondamentale: chi è morto resta morto, e malgrado il dolore dei congiunti della vittima, ogni persona è più grande del male che ha compiuto».

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