Diana si sente trasformata: «Bello essere una cosplayer»

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –
FONTE IL RESTO DEL CARLINO

Pesaro, 10 novembre 2014 -  APPASSIONATA di fumetti a tal punto da imparare il giapponese. E non solo. Diana Mancigotti, quinto anno del liceo Nolfi di Fano, è, da anni, la cosplayer Kotomì, abile trasformista di personaggi e eroine saggiate nella tradizione dei manga, storie illustrate a fumetti che in Giappone vanno forte.

Chi è un cosplayer?

«Chi si diletta in cosplay, la pratica di indossare un costume che rappresenti un personaggio dei fumetti, dei cartoni, dei film o dei videogiochi».

A che scopo?

«Dargli vita».

E assorbire di rimando quell’aura fantastica…

«Sì, un contatto che altrimenti sarebbe impossibile. Posso apparire come una persona totalmente diversa dal punto di vista estetico, con vestiti che nel quotidiano non metterei mai, osare un make-up più esagerato. E poi fare uscire il protagonista di storie dalla dimensione letteraria è un’esperienza molto divertente e capace di arricchire caratterialmente».

Perché?

«Personalmente mi ha reso più creativa perché ogni volta mi costringe ad interpretare un personaggio di fantasia che spesso ha una personalità totalmente diversa dalla mia: ciò mi costringe a uscire un po’ da me stessa».

Per esempio?

«Oltre a Rossana, la protagonista del manga “Kodomo No Omocha” (il giocattolo dei bambini), amo molto interpretare Gumi».

La tipa dai capelli verdi?

«Già. Ma Gumi non è un personaggio letterario: è una vocaloid, l’immagine cioé di una voce digitale. In Giappone non è famosa come Miku Hatsune, un’altra vocaloid che a forza di scalare le classifiche discografiche ha interi negozi dedicati al suo stile che vendono costumi, parrucche, accessori e compilation, ma è comunque un personaggio abbastanza famoso».

Dove sfoggi il risultato della tua ricerca da cosplayer?

«Nei festival dedicati al settore del fumetto, dell’illustrazione e dei giochi di ruolo. Non sembra, ma ce ne sono tanti in giro per l’Italia: da Milano dove sono più frequenti, al Romics di Roma fino ai più vicini come quello di Rimini».

Sei appena tornata dal Lucca Comics and Games. Com’è andata?

«Io e la mia amica Alessia ci siamo divertite tantissimo: abbiamo vestito i panni di Otani e Risa di Lovely Complex. La vera soddisfazione per un cosplayer è di essere riconosciuto dagli altri lettori, fans come noi della storia».

E’ successo?

«Sì, in tanti si sono voluti fare la foto con noi, perché hanno apprezzato la ricostruzione del costume e l’interpretazione dei personaggi».

Come siete riuscite?

«Un bravo cosplayer non può prescindere dalla cura e conoscenza dei dettagli, ma anche la qualità dei materiali e la fattura dei costumi servono. Mi sono appena iscritta ad un corso di taglio e cucito per poter alleggerire nonna Caterina a cui devo i cartamodelli di molti costumi. Comunque per le ricerche di stile e anche per risparmiare non si può prescindere da internet».

E non solo. “Kotomì” prende lezioni di canto e ha imparato prima da autodidatta e poi con l’aiuto di un insegnante, la lingua giapponese.

«So costruire frasi molto elementari e conosco solo 150 ideogrammi dei tremila che servirebbero per leggere un giornale o un libro».

Cosa dicono i tuoi genitori?

«In generale sono contenti: perché dietro al cosplay vedono che imparo molte cose e sono migliorata di carattere».

In che senso?

«A forza di immedesimarmi in personaggi spigliati e positivi ho allenato la mia indole timida».

Una sorta di palestra delle emozioni?

«Sì, paradossalmente mi ha aiuta a crescere anche se da fuori, chi non conosce questo mondo lo giudica come una fuga dal diventare adulti».



 

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