Dieci fratelli raccontano la loro vita: ‘La famiglia-tribù ha i suoi vantaggi’

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

IL BORGHIGIANO 20142015

Pesaro, 12 aprile 2015 – Mentre in Italia cresce il movimento «Childfree», non genitori per scelta (il 24% delle donne italiane nate nel ‘65 non ha avuto figli, un primato europeo), avere dieci figli nel terzo millennio appare quasi una provocazione. In realtà Tito e Attilia Franchini, oggi 68enni, fino a trent’anni erano una normale coppia con due bambini, maschio e femmina, e si sentivano a posto così. Lui gestiva un albergo a Gabicce Mare, lei faceva l’insegnante. Poi qualcosa si rompe.

«Mia moglie si innamora di un altro, il nostro rapporto va a rotoli – racconta senza pudori lui – e poco dopo mi diagnosticano un tumore, con un’aspettativa di vita di due anni al massimo. Tutto sembra crollare, ma lì entra in gioco la fede e la nostra esistenza cambia». La coppia torna serena. Il parroco poi li invita infatti a partecipare al cammino dei neo-catecumenali, un movimento spirituale che vive in maniera molto compatta, come una comunità: «Non si è trattato di un voto per la guarigione di mio marito – spiega lei – e non c’è nessuna ostentazione. Forse solo perché l’esperienza della morte ci ha sfiorato così da vicino, niente ci sembrava più bello che aprirci alla vita».

Arrivano così altri otto figli: fra il primogenito, Luca, che è già papà di tre gemelline, e l’ultimo, Stefano, che va ancora a scuola, ci sono 25 anni di differenza. Le battute non li disturbano, la più ricorrente è persino banale: «Ma non avete la televisione a casa?». Passare dall’aspetto spirituale al lato pratico, però, com’è? «All’inizio vivevamo in albergo, quindi non c’erano problemi di stanze o di spazi, poi ci siamo trasferiti in una grande casa di 220 mq, a Cattabrighe: le ragazze stavano nella mansarda, i maschi in letti a castello. Mio marito stava con i figli d’inverno, quando l’albergo era chiuso, io d’estate. Ma hanno imparato presto a cavarsela da soli, i più grandi facevano da baby sitter ai più piccoli».

E i soldi? «Dicono che per tirar su un figlio fino a 18 anni servono 300.000 euro. Se fosse così, avremmo dovuto essere miliardari! – esclama Tito -. I nostri figli hanno dovuto rinunciare a molte cose, si passavano i vestiti l’uno con l’altro, niente viaggi o settimane bianche, ma tutti hanno studiato e oggi sono bravissimi nel lavoro». Già, perché quattro di loro, Luca (45 anni), Sara (31), Angela (29) e Miriam (27) hanno aperto insieme un locale che va fortissimo in città, il Bartendher, e dove molto spesso la mattina capita Serena (38 anni) con la più piccola dei suoi quattro figli, o Stefano (20) per dare una mano la sera. Gli altri sono Annalisa (42 anni e due figli), Matteo (33), Agnese (26, che ha partecipato al progetto del Bartendher) e Davide (24). Dieci figli e nove nipoti, una vera tribù, che la notte di Pasqua ha celebrato il battesimo dell’ultima arrivata, Francesca.

«Io sono la sesta – racconta Angela – e fino all’adolescenza mi vergognavo di dire che avevo nove fratelli, senti di essere diversa e invece da piccola vuoi essere come gli altri. Oggi apprezzo sempre di più la famiglia in cui sono cresciuta, ho lavorato sin da ragazzina per pagarmi l’università e conosco il valore della condivisione». Miriam invece è la settima: «Anch’io da piccola mi domandavo: ma perché proprio a me una famiglia così? Facevamo i turni in cucina, per spazzare, sparecchiare, lavare i piatti. Era faticoso, oggi però è un vantaggio: tutti sappiamo cucinare. In realtà, non mi è mai mancato niente di fondamentale: non avere tanti soldi in tasca ti fa apprezzare di più le cose. Ma soprattutto, eravamo sempre insieme e non mi sono mai sentita sola». E questo stile familiare, caldo e conivolgente, si sente anche nel locale che hanno aperto.



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