Domani le dimissioni di Napolitano. Si apre la corsa alla successione

presidente repubblica napolitano

Domani mattina, intorno alle 11, Giorgio Napolitano firmerà la sua lettera di dimissioni da capo dello Stato. Un atto personale che non ha bisogno di essere controfirmato e che sarà trasmesso ai vertici delle istituzioni, presidenti di Camera e Senato e capo del Governo. A portare personalmente le tre lettere in copia sarà Donato Marra e quando tornerà al Colle, dopo la consegna, inizieranno le procedure formali per l’addio di Napolitano al Quirinale. Probabilmente sarà una cerimonia pubblica al cortile d’onore dove saluterà e riceverà gli onori militari. Intorno a mezzogiorno è previsto che lascerà il palazzo per tornare nella sua abitazione privata.

Ieri l’incontro con Matteo Renzi, i saluti, ma anche l’ultimo resoconto sulle questioni europee e l’iter delle riforme spiegato dal ministro Boschi. E proprio dell’Europa, della nuova emergenza terrorismo e della “marcia” di domenica a Parigi hanno parlato Renzi e Napolitano, convenendo sul fatto che solo un’Europa più forte è in grado di porre un argine alla nuova minaccia dell’integralismo islamico. Da queste considerazioni, poi, raccontano alcune fonti vicine al premier, si sarebbe anche arrivati a immaginare una figura presidenziale che possa avere una sua forza anche in Europa, nel passaggio difficile e – probabilmente – di svolta che potrebbe esserci nei prossimi mesi. E non solo per effetto della minaccia terroristica che impone un nuovo coordinamento anche politico ma per le scadenze cruciali per l’euro: il 22 gennaio la decisione di Mario Draghi sul quantitative easing, il 25 gennaio le elezioni in Grecia. È apparso molto ottimista il premier sul fatto che in Italia non si verificherà uno scenario come quello di Atene dove si è dovuto tornare alle urne proprio per il fallimento nell’eleggere un nuovo capo dello Stato.

Smentite invece le ricostruzioni che raccontavano di un estremo tentativo del premier di convincere Napolitano a restare qualche giorno in più. Una smentita arrivata sia dal Quirinale che da Palazzo Chigi. Fonti politiche accreditano invece una grande sicurezza di Renzi che pensa – già il primo febbraio – di poter eleggere il nuovo capo dello Stato. Sembra che le elezioni possano cominciare il 28 gennaio, 14 giorni dopo il saluto di Napolitano. Del resto anche nel 2013 le votazioni ebbero inizio dopo 13 giorni e si anticipò rispetto ai 15 giorni invece previsti per la riunione in seduta comune del Parlamento e la nomina dei grandi elettori da parte dei consigli regionali, 3 per ogni Regione tranne per la Valle d’Aosta (uno).

Da mezzogiorno di domani diventa Pietro Grasso il presidente suppplente, assume tutte le funzioni del capo dello Stato e trasferità la sua sede a Palazzo Giustiniani, dove avrà il suo studio anche Napolitano. Tornerà a fare il senatore a vita, probabilmente nel gruppo misto dove è iscritto anche Carlo Azeglio Ciampi, probabilmente alla commissione Esteri anche se non è escluso possa scegliere la Affari costituzionali.

A Renzi il capo dello Stato ha confermato il timing del 14 e appena dopo il segretario del Pd ha convocato la direzione del partito per venerdi alle 15, per mettere a punto non solo il percorso finale delle riforme – di cui parlerà anche all’assemblea dei senatori di giovedi – ma anche il metodo con cui verrà costruita la candidatura del nuovo capo dello Stato. L’obiettivo di Renzi è di arrivare all’inizio delle votazioni per il Quirinale con il passaggio già fatto della legge elettorale a Palazzo Madama. Un test per verificare la compatezza del gruppo Pd e apprestarsi a scegliere la strategia migliore per centrare il traguardo che si è dato: nuovo presidente alla quarta votazione, quando basterà la maggioranza assoluta e non i due terzi dei votanti.

E ieri è stata una delle solite giornate di toto-nomi e candidati. Resta sempre in campo la candidatura di Romano Prodi, rilanciata recentemente da Pierluigi Bersani, poi quella di Sergio Mattarella che sembra però non avere il gradimento di tutti i berlusconiani. Ma risale anche la candidatura di Pier Carlo Padoan e quella di Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia: due nomi coerenti con il percorso che ancora ci attende sul fronte dell’economia e del rapporto con l’Europa. Risalgono anche le quotazioni di Walter Veltroni mentre continuano a girare i nomi di Dario Franceschini e Pier Ferdinando Casini, che potrebbe venire fuori se la situazione dovesse complicarsi. Vero è che se ci saranno estenuanti votazioni senza esito acquisterebbe forza il nome di Pietro Grasso in quanto seconda carica dello Stato, un nome per “pacificare” un Parlamento dilaniato. Tutte ipotesi, che entrano nel gioco di chi viole lanciare o indebolire le candidature. Ma sembra che Renzi stringerà un patto con Pd e Berlusconi solo a ridosso del voto. (Li. P.)

FONTE IL SOLE 24 ORE

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