Don Alberto: porte aperte ai migranti. "Sei pakistani nella mia parrocchia"

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

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Macerata, 8 settembre 2015 – «Ogni parrocchia accolga una famiglia di profughi». Papa Francesco, dopo l’Angelus di domenica, lancia l’invito a tutte le chiese locali, nel tentativo di andare incontro all’emergenza dell’ondata migratoria in Europa, «di fronte alla tragedia di decine di migliaia che fuggono dalla morte per la guerra e dalla fame e sono in cammino verso una speranza di vita». In Italia ci sono 27.133 parrocchie, per un totale di 59.165 strutture tra i seminari, le case del clero e per la villeggiatura, i santuari e simili. Conteggiando quattro persone a famiglia, in tutto troverebbero ospitalità circa 230.000 profughi.

 

«Accogliere i profughi in parrocchia? Lo stiamo facendo». Così don Alberto risponde all’invito del Papa di ospitare nelle piccole realtà locali una famiglia di migranti, per affrontare l’emergenza in corso in tutta Europa. Nei locali parrocchiali di Santa Croce, in via Calabresi, di solito usati dagli Scout, ci sono infatti sei profughi pakistani da un paio di settimane (come abbiamo scritto nell’edizione di mercoledì).

Altrettante brande sono sistemate in una stanzetta. Il parroco ha semplicemente messo a disposizione un tetto per passare la notte. Per il resto (viveri e abiti), i profughi sono gestiti dalla Caritas in collaborazione con la Croce Rossa. «Staranno qui fino alla fine del mese – spiega don Alberto –. La richiesta ci è arrivata dalla questura e dal Comune, e così diamo una mano come possiamo. All’inizio era difficile parlare con loro, non conoscono l’italiano e sanno poco inglese, ma ho comprato un piccolo dizionario di urdu e adesso riesco anche un po’ a comunicare. Inoltre, sono riuscito a trovare un pakistano qui a Macerata che parla italiano e che mi aiuta a interagire con loro, facendo da tramite ogni tanto. Domenica, poi, i profughi hanno partecipato alla festa delle Canestrelle. Erano entusiasti. Hanno anche trasportato i sacchi di grano per la Madonna della Misericordia e si sono presentati al vescovo e al sindaco».

A proposito di Misericordia, l’anno 2015 è stato dedicato dalla Chiesa proprio a questo tema. «Un invito, quello del Papa, a fare un gesto concreto – sottolinea don Egidio, parroco dell’Immacolata – un invito che fa interrogare ogni appartenente alla comunità parrocchiana sul senso della misericordia e dell’accoglienza. Non avendo locali a disposizione per ospitare profughi, un’idea potrebbe essere di fare una raccolta fondi tra la gente. Chi vuole mette qualche euro al mese e con il ricavato si affitta un appartamento. Comunque, discuteremo l’argomento nel Consiglio pastorale della prossima settimana. Un’eventuale collocazione per i migranti va studiata bene. Diciamo no al rifiuto e alla paura. Ma non si può neanche fare un’accoglienza indiscriminata sull’onda dell’emozione. Cuore e mente procedono insieme».

«Noi parroci ne parleremo con il vescovo – dice don Enzo, della cattedrale San Giuliano –. L’idea del Papa è splendida, ma bisogna poi trovare il modo di metterla in atto. Per quanto riguarda la mia parrocchia, ad esempio, non c’è disponibilità di locali. Non sarebbe dignitoso accogliere una famiglia di profughi in stanze non adeguate».

«Non abbiamo un locale per accogliere eventuali profughi – spiega don Gennaro, parroco del Buon Pastore –. Le stanze ci servono per il catechismo e le attività di formazione. Noi aiutiamo i poveri con il nostro centro Caritas e con i tanti missionari nel mondo. Bisognerebbe risolvere i problemi nei vari Paesi di origine, creando condizioni di pace e giustizia sociale nei luoghi di partenza».

Intanto, sono arrivati altri profughi dal Pakistan due giorni fa. Sei migranti, di cui due venuti a piedi da Civitanova, ieri erano all’ufficio immigrazione di via Prezzolini, in attesa delle prime procedure. Uno di loro, arrivato ieri mattina, ma troppo tardi per essere ricevuto in ufficio, si era sistemato sul gradino esterno. «Un uomo che ho incontrato per strada mentre venivo dalla stazione – racconta Mehmood, 25 anni, – mi ha comprato un pollo e mi ha dato una bottiglia d’acqua. Fuggo dai talebani. Ho una moglie. Mio figlio è morto».

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