«Droni e raggi laser: i nostri ‘effetti speciali’ a tutela del patrimonio artistico»

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

IL BORGHIGIANO 20142015

Ascoli, 21 settembre 2015 – Marco Giovagnoli, originario di Ancona, laureato in Scienze Politiche, sociologo dello sviluppo locale e del territorio, è il responsabile del corso di laurea in Tecnologia e diagnostica per la conservazione e il restauro dei beni culturali dall’Università di Camerino. La sede del corso si trova ad Ascoli, dove Giovagnoli lavora ormai da anni.

Professore, che cosa si intende oggi per ‘patrimonio culturale’?

«E’ tutto ciò che crea relazione e identità. Relazione tra individui e identità in cui si riconoscono gli abitanti di un paesino come un intero popolo. E’ importante partire da questo presupposto per comprenderne il vero valore. Alcuni esempi pratici: il Colosseo a Roma, il Duomo a Milano, ma con i parametri che ho appena descritto non hanno meno valore un’edicola di una piccola chiesa di campagna o le rovine romane nel centro storico di un paesino».

Il patrimonio culturale è solo quello puramente artistico?

«C’è anche un patrimonio immateriale, come quello dell’alimentazione: le ricette, i piatti tipici sono patrimonio culturale. Infine noi stessi: a parte che alcuni grandi personaggi sono considerati patrimonio culturale, a tutelare e valorizzare i beni sono le persone. Il patrimonio, inoltre, ha significato se le persone gli danno significato. Questo significa che ‘patrimonio’ è tutto, non solo il grande quadro o il grande monumento. L’Italia in generale, il Piceno in particolare, vanta un patrimonio senza pari».

E, concretamente, che benefici può portare al territorio e alla società oltre quelli ‘estetici’?

«Immensi. Dunque, va precisato chiaramente che non è vero che ‘potremmo vivere solo di turismo’. Detto questo, però, è fondamentale sottolineare due aspetti. Il primo, e noi ne siamo la testimonianza, la tutela dei beni culturali crea competenze nell’uso di tecnologie avanzate e in alcuni casi contribuisce a crearne di nuove. Il secondo, chiaramente, è quello legato in modo più diretto all’economia: il patrimonio culturale crea attrattività turistica, che a sua volta crea indotto, movimento, consumo, utilizzo dei mezzi e dei servizi e via dicendo. Tutto ciò in un momento come questo, in un territorio come il nostro, può costituire la via d’uscita dalla crisi. E’ tuttavia necessario fare rete».

Il corso di Tecnologia e diagnostica per la conservazione e il restauro, di cui lei è responsabile, come si rende utile alla causa?

«Il corso, che si inserisce nella Scuola di scienze e tecnologie di Unicam, dal mio punto di vista è strategico in questo discorso. A differenza di altri corsi che si occupano dei Beni Culturali, quello che ha sede ad Ascoli ha dentro di sé le due componenti essenziali per lavorare bene in questo settore. C’è la parte Umanistica, che tocca la storia, la sociologia, il diritto e non solo. Con essa gli allievi comprendono il valore di ciò di cui si occupano. E poi c’è la parte che mette i ragazzi in condizione di intervenire dal punto di vista tecnico su questo patrimonio. La competenza vera e propria, che oggi sta diventando sempre più importante visto che non è un’eresia parlare di ‘problema’ della salvaguardia del patrimonio. Dopo anni di incertezza, da cui è nato il problema, sembra che la Cultura stia vedendo finalmente riconosciuto il suo valore. Il governo ha portato il settore all’interno dei ‘servizi essenziali’ del Paese, i cui scioperi devono essere regolamentati, un po’ come accade con le Ferrovie. Questo per evitare il ripetersi di episodi come quello clamoroso del Colosseo chiuso. Se questo si tradurrà poi in finanziamenti più corposi non lo so, intanto però possiamo accoglierlo come un primo passo verso il riconoscimento di un interesse strategico».

Nel dettaglio, quali sono le competenze dei laureati al corso di Tecnologia e diagnostica?

«I nostri allievi sono in grado di utilizzare tutti gli strumenti utili alla conservazione e al restauro. Informatica, fisica e chimica sono le tre macroaree principali. Uno strumento molto utilizzato è, per fare un esempio, il laser, in vari ambiti tra cui la pulitura delle superfici. O anche i droni, sempre più usati soprattutto per sorvolare e analizzare le aree archeologiche. Poi c’è la digitalizzazione, che ultimamente ha un peso sempre maggiore e permette di fare cose strabilianti. Infine, il nostro corso vanta una sezione di antropologia e mummiologia unica nelle Marche e di assoluto rilievo nazionale».

Un esempio concreto di utilizzo di queste competenze?

«Un tempo le ricostruzioni legate ai reperti, come di un carro partendo da un resto di ruota, erano molto approssimative. Oggi, con le competenze dei nostri studenti e grazie alla digitalizzazione, si può riprodurre con la stampante 3D un ‘carro piceno’ partendo da un piccolo pezzo di mozzo e affidando a un complesso software il calcolo dei volumi, delle forme e di tutto il resto. Ecco che, tornando al discorso del turismo, il mozzo non attirerebbe un gran numero di visitatori mentre la riproduzione molto fedele di un carro piceno sì».

Il prof Giovagnoli, infine, si concentra sul territorio ascolano: «Il patrimonio del Piceno è vastissimo e variegato – dice –. La piaga dei writers? Paradossalmente per eliminare le scritte ci costringono a migliorare le nostre competenze. Battute a parte, non mi sento di sparare a zero. Cioè, alcune opere di strada sono molto belle, ma bisogna vedere dove vengono realizzate. Li aspettiamo per parlare». Tra i progetti futuri del corso di laurea ce n’è uno su ‘arte e cibo’: «Dal quadro alla tavola, ci riproponiamo di spiegare il significato di ciò che viene riprodotto nelle opere. Ci stiamo lavorando, sarà interessante». Valorizzare il patrimonio per aiutare il Piceno a uscire dalla crisi, ecco cosa ne pensa Giovagnoli: «Vorrei chiamare il Piceno a una alleanza. Propongo la creazione di una rete di cultura. L’Università si mette a disposizione per fare da raccordo: ci candidiamo a fare da ‘facilitatore’. E’ importante che gli ascolani sappiano che nella loro città c’è un corso di laurea che si occupa di patrimonio culturale. Cioè, un professionista che lavora nello stesso settore, nel campo dell’informatica ad esempio, magari non pensa che in noi può esserci un interlocutore utile e competente per sviluppare un progetto comune. Così come l’artista locale che dipinge in quadri ecc. Chiaramente ci sono realtà grandi e piccole, ma una rete va studiata. Va fatto un censimento dei soggetti interessati e noi ci mettiamo a disposizione per sviluppare un progetto»

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