Fugge dal cinghiale e chiede aiuto, l’amico cacciatore lo uccide per sbaglio

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –
IL BORGHIGIANO 20142015

Macerata, 5 gennaio 2015 – È morto per sbaglio il fornaio Giampietro Annavini, a 60 anni. Con un colpo di fucile sparato da un cacciatore, che conosceva bene, per soccorrerlo. Perché un cinghiale stava rincorrendo lui e i suoi cani. Gli amati boxer che allevava in frazione Valle, a Montalto di Cessapalombo, e stava per riportare a casa.

È successo ieri sera, pochi minuti prima delle 18. Annavini passeggiava con i cani, quando è sbucato un cinghiale. Ha iniziato a gridare aiuto. In quel momento passava di lì, a bordo di una jeep, un cacciatore, Ennio Fabbroni, 66 anni, di Caldarola, maestro delle elementari in pensione (ex consigliere comunale, aveva lavorato anche all’Ufficio del giudice di pace di Camerino). Di ritorno da una battuta di caccia al cinghiale. Stava rientrando a casa, quando ha sentito le urla di Annavini. Secondo le prime ricostruzioni, il suo fucile sarebbe stato scarico, ma, per aiutare l’amico, avrebbe ricaricato l’arma inserendo la pallottola in canna e avvicinandosi al panettiere. Mentre andava verso di lui, sarebbe inciampato sparando il colpo letale, sotto il torace, frontalmente.

Subito sono arrivati gli operatori sanitari del 118, ma non hanno potuto che constatare il decesso dell’uomo. L’ambulanza ha trasportato in ospedale Fabbroni, in grave stato di choc. Dopo aver raccontato la vicenda alle forze dell’ordine e alle persone immeditamente accorse sul posto. Non c’erano testimoni al momento della tragedia.

Il corpo del panettiere era lì, disteso tra gli ulivi. Lui che da alcuni era chiamato «Mosè» per via della lunga barba, da altri «sessantottino», quando girava Volkswagen Golf stile figlio dei fiori. Lui che aveva iniziato a volare a 45 anni, provando il brivido del parapendio, con cui era caduto anche qualche volta. Ma si era sempre rialzato. E che ieri, per una coincidenza assurda, non ce l’ha fatta. Non era conosciuto solo in paese, dove tutti gli volevano bene, ma in tutta Italia per il suo pane. Il «Pane di Cessapalombo», sfornato dalla sua azienda insieme a biscotti e prodotti tipici, come ciambelle pasquali, pane nociato e pizze con formaggio, che dà lavoro a tanti dipendenti e fa conoscere il borgo in tutta Italia. «Era una persona d’oro – dice Luca, un suo amico – benvoluta da tutti. Stravagante nel senso buono, un mattacchione che saresti stato a sentire per ore, acculturato, pieno di passioni, come la fotografia e la pesca, con un passato vissuto a Roma, negli anni giovanili».

«Giampié, come lo chiamavamo, era buono, come il pane che faceva», dice una vicina di casa. Ieri in tantissimi erano lì, vicini alla sua famiglia, alla moglie Caterina e ai figli Nadia e Riccardo.

Giampietro aveva anche tre nipoti e due fratelli, uno dei quali gestisce un forno a Caldarola.

Lascia una sua autobiografia «68 modi de dì», che aveva scritto inizialmente per gioco, ma che era tanto piaciuta nella zona, tanto da richiedere una ristampa.



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