Giornata del ricordo. Nassirya, una ferita ancora aperta

Il borghigiano autunno

Nassyria12 Novembre 2003 – 12 Novembre 2013

l Resto del Carlino

DOPO l’Iraq con i suoi caduti, i suoi morti italiani c’è stato, e c’è ancora, l’Afghanistan con altri morti e altre vittime a migliaia di chilometri da casa.
Anni di missioni di pace e di guerra, polvere, attentati, battaglie, dolore, ma anche e orgoglio e dignità. L’Italia dalla strage di Nassiriya in poi, il più grande attacco ai nostri soldati dopo la seconda guerra mondiale, ha imparato a non essere più solo il paese del pianto e delle mamme. Le missioni di peacekeeping, che di pace spesso non sono perché il terrorismo e Al Qaeda hanno cambiato il mondo, restano una realtà con cui fare in conti. E l’Italia oggi lo fa con dignità, a volte con polemiche, ma sullo scacchiere internazionale non deve nulla a nessuno.
Nassiriya, oggi dieci anni fa, è lo snodo. Il 12 novembre 2003, ore 10,45 locali, 8,45 della mattina in Italia. Un camion cisterna esplode all’entrata della base Maestrale dell’Unità dei carabinieri Msu (Multinational specialized unit): nelle macerie della ex Camera di commercio muoiono 12 carabinieri, 5 militari, 2 civili.

UN ALTRO attentato era in programma contro la base Libeccio, anche questa in città, sulle sponde dell’Eufrate, perché la consegna era di fornire agli iracheni la sensazione di essere a loro aperti e vicini. Col senno di poi fu un errore. La base dell’esercito, White Horse, infatti era collocata a 7 chilometri fuori dal centro abitato. L’ambulanza-bomba non funzionò e La Libeccio si salvò. Oggi la memoria collettiva, commemorazioni a parte, è affidata idealmente alla croce di Nassiriya, tre metri di legno grezzo, custodita nel silenzio del museo dell’Accademia militare di Modena. È sistemata nella sala della gloria, fra medaglie d’oro e icone della Grande guerra. La portarono via da White Horse, dove era sistemata dinanzi alla tenda-chiesa, la Croce rossa e gli altri militari che nel 2006 chiusero la base. L’allora colonnello Giuseppe Nicola Tota, comandante del Reggimento bersaglieri Cosenza, ammainò la bandiera fra commozione e squilli di tromba. Oggi è il ‘custode’ della croce in quanto generale comandante dell’Accademia. «La croce è un monito per tutti e ci ricorda i caduti i Nassiriya ogni giorno. Nel silenzio. Da quell’evento tragico l’esercito ha ricavato esperienza ed elementi che nel tempo sono stati analizzati e studiati per migliorare la preparazione degli uomini. Oggi in Accademia la formazione degli allievi ha una parte fondamentale che riguarda le missioni all’estero». Proprio ieri ha tenuto una lezione il generale Carlo Jean, esperto di missioni internazionali e strategia militare.

I CARABINIERI persero dodici uomini nell’attentato e intorno alla sicurezza della base si scatenò un polverone di polemiche. I tre responsabili, sotto accusa per non aver protetto a sufficienza la base Maestrale, sono stati tutti assolti: Vincenzo Lops, Bruno Strano, oggi entrambi generali dell’esercito, e Georg Di Pauli, generale dei carabinieri. La Cassazione in gennaio ha chiuso il discorso: assoluzione confermata. Restano in piedi alcune cause civili di familiari e la Difesa garantirà i risarcimenti. Fra le vedove c’è chi ha altre idee. «Una causa in Tribunale? Mio marito era un carabiniere, non avrebbe voluto. È morto facendo il proprio dovere». Eppure Nassiriya è una ferita aperta che ancora divide.
«La sistemazione della base era coerente con l’impostazione di essere vicini alla gente — spiega il colonnello dei carabinieri Fabrizio Parrulli capo del settore Piani e polizia militare del comando generale — e da quella tragica esperienza abbiamo ricavato elementi per le scelte successive. Noi analizziamo ed elaboriamo ogni episodio. Gli eventi tragici insegnano sempre qualcosa che serve per migliorare». Per il sacrificio di Nassiriya le famiglie delle vittime, sperano ancora in una medaglia d’oro. Ma la procedura la prevede solo se i caduti si sono difesi sparando. Lo Stato rispetta le formalità. Gli italiani invece quella medaglia l’hanno già concessa.

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