Gli orrori della guerra, storia di un soldato tra i Lager di Berlino e Dachau

Pallotta

IL BORGHIGIANO FABRIANO IL BLOG DELLE MARCHE – (Riceviamo e Pubblichiamo) Commemorazione della deportazione di mio nonno, Elio Pallotta, nei Campi di Concentramento tedeschi e polacchi (dall’8 settembre 1943, Distretto Militare di Ancona come “soldato italiano disertore” al 1945) e di tutte le vittime degli abomini della Seconda Guerra Mondiale.

In occasione del 72° Anno della Commemorazione della Strage di Serradica, dove persero la vita Mario Poeta, 4 anni, e Antonia Poeta, 9 anni, per lo scoppio di una bomba a mano nazista nascosta nelle cascine, ricordiamo ancora le Vittime della Seconda Guerra Mondiale. Una guerra che col sangue dei martiri ha purificato questa terra, lasciando però troppi esangui e troppe macerie. Una Guerra, o meglio, una Guerra Civile dove non esistevano più bandiere, ma solo odio. Racconta Antonia Bianchi, Moglie di Elio Pallotta e Partigiana di Sassoferrato, riconosciuta dall’ANPI: “La guerra è stata un orrore che ci ha costretto a nasconderci, ad avere timore di essere uccisi da un momento all’altro perché “disertori”. La guerra fa dimenticare all’uomo che è fratello di qualsiasi altro uomo. La mia casa sotto l’arco, a Castiglioni, era il rifugio dei Partigiani che sfuggivano alle retate naziste, laddove, in segreto, si ascoltavano le notizie sugli esiti della guerra tramite radio piazzata sul tetto. Nostri ospiti e rifugiati furono i fratelli Gigi e Armando Cardona, il Generale dei Carabinieri Loretelli che, per salvarsi, indossò i vestiti di mio padre, Gioacchino Bianchi, emigrato in America dai 15 ai 30 anni di età, e poi ritornato con l’ammontare necessario per una casa e per farmi studiare come Maestra. Studiai al collegio di San Luca per diventare Maestra e fui sempre rispettata dai miei concittadini, oltre che per il mio ruolo educativo, anche per aver protetto e salvato insieme a mio padre, oltre che la mia famiglia, punto di riferimento dei partigiani, altre vite umane. L’Esercito Italiano mi ha conferito la Medaglia al Merito di Guerra, nonché sono presente nel foglio matricolare dell’ANPI, riconosciuta sia dallo Stato Italiano, che dal Comune di Sassoferrato, come una dei tre partigiani superstiti sassoferratesi. Mio padre, ricercato perché sospettato partigiano, nonché conoscitore della lingua inglese e potenzialmente “pericoloso”, protesse molte persone dalle retate naziste e protesse me e mia madre, tanto che ad un certo punto, abbandonammo la nostra casa a Castiglioni, lasciando mia madre al sicuro in altro loco e ci rifugiammo nel bosco vicino ad una fonte. La paura era stata tanta, ma l’incubo era “finito”… Ora ci aspettava la gioia di riprendere a vivere, a lavorare le nostre terre, a godere della pace che tanto era mancata e tante vittime aveva mietuto: un fratricidio”, continua Antonia Bianchi. Mia nonna, Antonia Bianchi ,sposò Elio Pallotta (15/10/1921 – 15/11/1965). Ma chi era mio nonno? Una ex leva militare che i tedeschi, recatisi in Ancona al Distretto Militare, sequestrarono insieme a molti altri giovani l’8 settembre 1943. Il suo percorso? Tra Berlino e Dachau, 1943-1945. “Mio marito, visse una delle esperienze più aberranti della storia dell’uomo: venne deportato insieme ad un popolo e degli esseri umani non degni, a detta della prospettiva nazista, di essere chiamati tali. Mio marito, Elio Pallotta, era un uomo intelligente e allegro e amava fare scherzi e ridere. Voleva bene a tutti. Purtroppo non fu ripagato da tutti con la stessa cortesia. Ammalato di setticemia nei Lager, dovette dichiarare la propria guarigione nel Campo di Concentramento di Dachau, poiché trattato meglio nei campi di lavoro che in infermeria. Tuttavia, a sentire chi, come lui, visse la guerra e lo sterminio nazista, per la sua indole amabile, riuscì a suscitare empatia anche nei tedeschi. Lo testimoniano i fratelli Lisandrini Enrico e Giuseppe, tutto ciò nonostante la mole di lavoro immane, i maltrattamenti e che il suo unico cibo fossero scorze di patate e topi”. Tornato dalla guerra, sposò mia nonna Antonia Bianchi ed ebbero due figli: Camilla e Giuseppe. Una sera, morì in seguito a quell’infezione al cuore, la setticemia, contratta nel Lager, che gli generò un infarto. La guerra lasciò mia nonna vedova e due figli orfani di guerra, Camilla e Giuseppe Pallotta. “L’incubo della Guerra era finito, ma ne era cominciato un altro: la morte di Elio, che oltre ad essere bello come il sole era anche molto allegro e ci faceva ridere tutti, trasmettendoci il suo buonumore e insegnandoci che “La vita”, dopotutto… “è bella”, continua mia nonna.

Racconta Tiziano Di Leo, fabrianese prigioniero dei tedeschi e amico di mio nonno, Elio Pallotta (Tiziano Di Leo, Berlino 1943 – 1945, diario di Prigionia”, edito dal “Centro Studi don Giuseppe Riganelli di Fabriano”): “Fui mandato, questa volta sul vagone-bestiame aperto, a Berlino, il 15 settembre 1943, nel campo di lavoro di Shalzov. Dopo il bombardamento del campo, sono stato trasferito a Spandau […]. Lì incontrai altri amici di Fabriano: Michele Colombo […], Alessio Catena di San Donato ed Elio Pallotta, impiegato comunale a Sassoferrato”. Biglietto fatto arrivare da Elio Pallotta dal Lager di Friedrichsagen, 3 giugno 1944: “Carissimi, mi trovo benissimo in tutto. Sono al reparto del Ten. Giovannini e voi immaginerete quanto sia grande la mia contentezza. Con lui faccio lunghissime chiacchierate e quindi anche belle risate. Come vedete, questo ha concorso per il mio meglio e questo, almeno lo spero, proseguirà anche per l’avvenire. Voi come state?[…]”.
3 settembre 1944: Vignini e Pallotta, i miei due amiconi fabrianesi, sono stati trasferiti e mandati in un campo dove continuavano ad essere internati e trattati assai male. Visto così, hanno dichiarato di essere guariti per riprendere il lavoro ed ora sono in un altro campo dove stanno benissimo poiché sono in pochi e trattati meglio”.

Con grande ammirazione per mio nonno, ho in mente il ricordo appartenente a mio padre Giuseppe, che racconta che un giorno entrò nella camera da letto del padre e lo trovò inginocchiato davanti ad un Crocefisso. Quel Crocefisso è nella camera da letto di mio padre e di mia madre. Inoltre mi ha sempre riempito d’orgoglio sapere come Nonno Elio dicesse: “Vorrei tornare a baciare la terra dove mi hanno torturato, perché lì ho incontrato l’amore di Cristo”. In un “acerrimo nemico”, un soldato tedesco che, rischiando la propria vita lo nutrì, con della carne, per farlo sopravvivere. Quando nonno tornò, la madre, Maria Armezzani, esclamò piangendo davanti al figlio svenuto in stazione, un uomo di 180 cm e 35 kg di peso corporeo: “Questo scheletro è mio figlio!”. Uno “scheletro” che era riuscito a scampare alla morte perché tanto aveva amato e perdonato, e che, insieme alle lettere ed ai documenti della sua prigionia, teneva un santino della Vergine Maria, cui fu sempre devoto fino alla morte, il 15 novembre 1965, lasciando mio papà e mia zia orfani, mia nonna vedova, ma con l’eredità del sorriso di un uomo sopravvissuto alla guerra perché amava la vita, perché aveva perdonato chi lo aveva torturato e questo perdono gli diede sempre la pace.

(Tiziano di Leo, Berlino 1943-1945, diario di Prigionia) “La Messa, oltre che una funzione cattolica, è qui anche l’occasione di incontrarsi tra amici lontani, ficcati da una parte all’altra di Berlino. È il caso, ad esempio, di me e Pelati, con Vignini e Pallotta: stiamo ad una cinquantina di chilometri […]. Abbracci ed esclamazioni, racconti e risate. Poi cominciava la funzione e si ringraziava Dio dopo essersi rivisti dopo tanto tempo.”

Elisa Pallotta

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