"I miei familiari mi picchiano". Pakistana aveva inventato tutto

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

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Civitanova, 15 gennaio 2016 – «Mi picchiano, non mi lasciano andare a scuola, e vogliono che sposi un connazionale». Così una ragazzina di origini pakistane aveva chiesto aiuto alla polizia, ottenendo subito una residenza protetta e la scorta, per paura che i familiari andassero a riprendersela. Ma in tribunale, al processo partito contro il padre e i fratelli maggiori, è emerso che non era vero nulla. Finale a sorpresa per una storia iniziata sotto il segno del pregiudizio. Tutto era cominciato nel febbraio del 2014, quando lei, già maggiorenne, si era rivolta alle forze dell’ordine denunciando una situazione pesantissima: aveva detto che il padre e i fratelli la tenevano segregata in casa, vietandole di vedere chiunque e costringendola a vivere secondo gli usi e i costumi del suo paese d’origine, il Pakistan, usi e costumi che lei non condivideva affatto.

Tra l’altro, a suo dire i parenti avrebbero voluto anche appiopparle un marito del suo stesso Paese, di cui lei non voleva neppure sentire parlare, e dato che aveva espresso la sua contrarietà ai genitori, temeva che loro potessero farle del male per costringerla. Così era scappata e aveva chiesto aiuto alla polizia. La ragazza finì subito sotto protezione: la sua versione era assolutamente credibile, soprattutto, va detto, per le origini della sua famiglia. Il padre e i due fratelli sono finiti sotto processo per il reato di maltrattamenti in famiglia.

Ma nel corso dell’istruttoria, con una serie di testimonianze, è emersa un’altra realtà: nessuno imponeva alcunché alla ragazza, men che meno un marito, però lei aveva una socievolezza un po’ eccessiva con gli esponenti dell’altro sesso, e queste sue frequentazioni varie non rallegravano i familiari. Si trattava, tra l’altro, di una famiglia che da anni vive in Italia, perfettamente integrata, e i due fratelli convivono con due ragazze italiane senza nessun problema. Di fronte a questo quadro, il pubblico ministero (avvocato Francesca D’Arienzo) ha chiesto l’assoluzione dei tre imputati, condividendo in pieno la ricostruzione della vicenda fatta dagli avvocati difensori, Paolo Carnevali e Alberto Pepe: non c’era alcuna violenza in quella famiglia, ma semmai qualche eccesso da parte della ragazzina. Anche il giudice Ilaria Maupoil ha pensato che le faccende stessero così, e ha assolto tutti con la formula più ampia, cioè «perché il fatto non sussiste».

 

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