I migranti e il razzismo su Facebook, l’avvocato: «Si rischia anche penalmente»

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

IL BORGHIGIANO 20142015

Macerata, 13 settembre 2015 – Qualche nostalgico rispolvera il duce che, in un fotomontaggio, da Palazzo Venezia striglia gli italiani colpevoli di essersi fatti «fregare lavoro, casa e moglie dagli immigrati». Altri pubblicano il ritratto di Hitler, invocandolo come «nuovo ministro per l’integrazione». Altri ancora saltano dalla storia alla cronaca, inneggiando ad Anders Breivik, il terrorista che nel 2011 ha fatto strage di ragazzi in Norvegia.

Sui social network ha scatenato una vera e propria fiera del becero la notizia che, giovedì scorso, una cinquantina di immigrati ha bloccato il traffico per un’ora in corso Cavour. Una pioggia di insulti, commenti razzisti e sfoghi violenti ha accompagnato la notizia su Facebook, con centinaia di persone che hanno duellato sui profili social maceratesi e non solo. Sul gruppo «Sei di Macerata se» (che sfiora i novemila membri), gli amministratori si sono dovuti affrettare a censurare centinaia di commenti da codice penale. «Bisognava prenderli a bastonate», ha scritto una donna raccogliendo un bel gruzzolo di «Mi piace». Altri le fanno eco: «Passateci sopra con le ruspe», «Vi sparerei dall’alto», «Una bella bomba no?!», «Questi non sono profughi, ma criminali e animali». E così via, in un crescendo di insulti irriferibili che alla fine sono stati cancellati dal web per evitare guai peggiori.

«Gli interventi senza freni inibitori – spiega Stefano Ghio, presidente dell’Ordine degli avvocati di Macerata e tra i fondatori del Civitanova Speakers’ Corner – sono un classico della comunicazione su internet. Se quei migranti hanno manifestato in modo illegittimo, dovranno subire le conseguenze previste dalla legge. Ma in tanti non comprendono che quello che scrivono su Facebook non è una chiacchiera da bar o riservata: il commento rimane ed è indirizzato a una pluralità di soggetti. Per questo può comportare una grossa responsabilità non solo di carattere sociale, ma anche penale. Esistono risvolti diffamatori, di istigazione all’odio razziale o alla violenza e apologia di fascismo». Dalla tastiera di un computer alla denuncia, il passo rischia di essere breve.

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