«I rifiuti distruggeranno il vino cotto»

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

IL BORGHIGIANO 20142015

Loro Piceno (Macerata), 28 febbraio 2016 – «Mio padre David fa il vino cotto da quando era bambino, e dal 2002 abbiamo rilanciato il prodotto. Lo portiamo alle fiere in Italia e all’estero, siamo stati premiati ovunque e lo vendiamo pure in Corea. E adesso il Comune ha deciso di realizzare un’isola ecologica intercomunale proprio a due passi da dove noi lo prepariamo all’aperto».

Emanuela Tiberi è amareggiata e incredula di fronte all’ultima decisione del Comune, che ha piazzato un centro di raccolta di rifiuti intercomunale, per Loro Piceno e Ripe San Ginesio, nel terreno di fianco alla sua azienda agricola. Nella delibera di novembre, si spiega che il Comune aveva un’area già usata per i rifiuti, vicino al campo sportivo, che però non è più a norma.

Dovendone trovare un’altra, c’erano due opzioni, o nella zona industriale o in via Colombo, vicino all’abitato. La scelta è caduta lì, proprio al confine con la proprietà di David Tiberi, a pochi metri dal calderone dove si mette a bollire il mosto sei ore.

Il progetto prevede che in quell’area vadano anche rifiuti pericolosi, come oli esausti, batterie, piccoli elettrodomestici, e che intorno ci sia solo una recinzione. «L’abbiamo saputo solo dieci giorni fa – spiega ancora Emanuela Tiberi – quando abbiamo visto le ruspe. Mi sono informata, e ho scoperto cosa si era deciso. Ho scritto al sindaco Ilenia Catalini, ma non mi ha ancora risposto nulla».

La famiglia Tiberi è distrutta, «soprattutto perché sono preoccupata per la qualità del prodotto, che noi lavoriamo all’aperto. Al Merano Wine Festival siamo stati ammessi come prodotto naturale, in questo vino non c’è anidride solforosa ma solo solfiti naturali, e tutti ci chiedono come facciamo. Di sicuro all’estero non sapranno mai che di fianco alla nostra azienda agricola c’è un centro di raccolta per rifiuti pericolosi, ma non mi sento di proporre un prodotto di cui non mi fido, nel quale non so cosa possa andare a finire».

La preoccupazione della famiglia va di pari passo con la cura con cui David Tiberi, a 82 anni, e la figlia, imbottigliano il loro vino, messo in vendita solo dopo dieci anni di invecchiamento. «Ho sempre fatto il vino cotto per casa – racconta lui -, quando poi si è stabilita la procedura ufficiale per realizzarlo abbiamo iniziato a metterlo in vendita. Ho recuperato l’etichetta dei primi del Novecento con l’occhio di gallo, che è il colore che deve avere il vino cotto, e utilizzo solo la mia uva. Ho montepulciano, sangiovese, malvasia, verdicchio e trebbiano: più è mescolato più il vino viene buono. Tutte le procedure sono state esaminate e approvate dall’Asur. Dalla Francia ho comprato le botti di rovere. E finché il vino non ha la limpidezza che dico io, non lo vendo: almeno ci vogliono dieci anni».

E’ così che il vino cotto di David Tiberi è diventato un prodotto di eccellenza, venduto in tutto il mondo, fino all’estremo Oriente. «Io partecipo a tutte le fiere in Italia – aggiunge Emanuela – e lo mando all’estero, a Londra, ad Amsterdam, per farlo valutare e apprezzare. A Londra con le bottiglie del 2004 abbiamo avuto tre stelle, il massimo. Grazie al vino viene conosciuto anche il nostro territorio, perché tantissimi sono venuti nella nostra azienda agricola per vedere la cantina, per studiare i nostri sistemi. Abbiamo avuto persino un pullman di turisti dalla Turchia. E mentre noi ci impegniamo tanto, il Comune non solo non ci aiuta, ma rischia di danneggiarci. Cosa diremo ai turisti che verranno in visita qui? E come farò a garantire che il nostro è un prodotto naturale, se ho paura che dai rifiuti possa arrivare qualcosa che lo contamini?»

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