Ieri i miracoli, oggi la finale. Agli Us Open Pennetta e Vinci si giocano la storia

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Foto Reuters
Di STEFANO SEMERARO fonte La Stampa

Il Borghigiano Fabriano il Blog – Mai l’Italia si era giocata tutta una finale dello Slam, e se ci è riuscita in questo Us Open dei miracoli (nostri) e dei drammi (di Serena Williams, crollata a due passi dal Grande Slam) il merito è loro, di Flavia Pennetta e Roberta Vinci.

 

Le due ragazze di Puglia capaci come l’immenso Pietro Mennea da Barletta di mettere a tacere una concorrenza made in Usa apparentemente inarrivabile e che stasera alle 21 (diretta su Eurosport e, in chiaro, su Deejay tv) sul centrale di Flushing avranno gli occhi di tutto il mondo sportivo puntati addosso. Oltre a quelli del premier Renzi che seguirà l’evento in tribuna.

 

Roberta è nata a Taranto nel 1983, l’anno del ritiro di Adriano Panatta, la passione gliel’ha trasmessa papà Angelo, il destino le ha fatto incontrare Flavia prima nei tornei juniores giocati alle porte di casa poi al centro tecnico di Latina.

 

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La Pennetta invece è del 1982, l’anno del trionfo Mundial degli azzurri in Spagna, e il tennis se l’è trovato praticamente in cortile, sui campi del CT Brindisi di cui papà Oronzo è stato presidente. Da ragazzine hanno formato la coppia d’oro del nostro tennis giovanile, insieme hanno vinto una coppa del mondo u.16, il doppio u.18 al Roland Garros e il prestigioso Trofeo Bonfiglio. Doppiste nate, singolariste di talento, capaci di migliorarsi negli anni fino ad arrivare, a 32 e 33 anni, a questo traguardo favoloso. Prima quasi sorelle, più che colleghe, come dice Flavia, poi comunque amiche, compagne di una fantastica squadra di Fed Cup. Roberta da sempre capace di distillare un tennis intelligente e antico, leggero ma pungente grazie al rovescio affilatissimo, allo splendido repertorio sottorete a cui ha aggiunto negli anni un dritto più liftato e aggressivo che le ha fruttato il salto di qualità in singolare.

 

 

Flavia che puntava più sul ritmo, sul rovescio in lungolinea, su un tennis persino troppo pulito: infatti il salto di qualità lo ha fatto quando ha iniziato a sporcarlo di più, a “caricare” anche lei il dritto, a variare le rotazioni, a mordere con la smorzata. Quindici anni fa erano pietre preziose, ma grezze. Non sempre capaci di reggere la tensione nervosa, mentre in questo torneo sia Flavia, oggi n.26 Wta, sia Roberta, n.43, hanno vinto non solo grazie al loro tennis ragionato, ispirato, di grande artigianato tecnico; ma anche alla capacità di spingere sempre e non tremare mai, anche se dentro avevano la tempesta. Lo ha fatto Flavia contro la n.4 e la n.2 del mondo, Kvitova e Halep, liquidate con i nervi e il fisico fra quarti e semifinale. Lo ha fatto splendidamente Roberta, prima in ottavi contro la baby Mladenovic e soprattutto ieri, contro una Williams, la numero uno del mondo, letteralmente bloccata dalla tensione a un passo dall’impresa epocale, incapace di trovare una risposta al tennis champagne dell’avversaria.

 

Flavia è stata la prima italiana a entrare nel recinto delle top-10 mondiali (nel 2009) e uno slam lo aveva già vinto in doppio con la Dulko in Australia nel 2011, Roberta in coppia con Sara Errani ne ha afferrati ben 5, diventando n.1 di specialità, spingendosi anche al n. 11 in singolare. Non erano mai arrivate ad una finale Slam, questa, storica, se la giocheranno una contro l’altra sul centrale più grande del mondo, la Broadway del tennis. In mezzo a mille ricordi, pensando alla prima volta che si sono incontrate in un fazzoletto di terra rossa italiana pugliese, più di venti anni fa. Grazie di questa strada, ragazze.

Fonte La Stampa

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