Il caso della monetina: tutto quello che dovete sapere

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –
FONTE IL RESTO DEL CARLINO

Pesaro, 6 novembre 2014 – GRANDE confusione sotto il cielo, allora tutto va bene. E il caso di scomodare Mao Tze-Tung per riappropriarci, come si deve, del famoso caso della monetina di Meneghin e dello scudetto del basket “vinto” da Milano con un tot di aiutini nel lontano 1989 ai danni della Scavolini Pesaro e di Livorno. Caso rilanciato in questi giorni da due nostri articoli e ripreso, in maniera scomposta e confusionaria, da tanta stampa nazionale e siti web.

IL PUNTO di partenza. Due articoli: il passaggio su quella vicenda del maggio 1989 apparso nel libro (Lessico Giudiziario Minore) appena pubblicato dall’ex-magistrato Pierfrancesco Casula e la seguente intervista all’ex-manager della Scavolini Guido Carlo Gatti. Entrambi ribadivano l’assoluta opacità di quella sentenza e gli interventi politici dietro le quinte sul collegio giudicante.

UN PASSO INDIETRO. Ma è necessario fare un passo indietro, anche se di un numero minore di anni. Nell’ottobre 2011 è uscito un libro di Dino Meneghin, con Flavio Vanetti, intitolato «Passi da gigante», dove il monumento nazionale del basket, nonché presidente di federazione, ammetteva chiaramente di aver frodato la giustizia sportiva. «Potevo tranquillamente continuare a giocare dopo essere stato colpito dalla monetina, ma volli punire il lanciatore (…)», scrissero Vanetti e Meneghin. Non solo il giornalista rilasciò un’intervista al Carlino Pesaro in cui sostenne che «Dino dovrebbe chiedere scusa a Scavolini».

Se si salta questo dato di fatto ormai inoppugnabile: Meneghin, spinto dal dg Toni Cappellari, scelse la strada della sceneggiata per creare i presupposti di una vittoria a tavolino. Il trasferimento al Pronto Soccorso – dove 5 giorni di prognosi non si negano a nessuno – con l’ambulanza era propedeutico a spostare il confronto dal campo alla giustizia sportiva. Non vogliamo fare facile moralismo, ma questo comportamento rimane una macchia per un grande sportivo come Meneghin.

Scrive Casula nel suo libro: «Nel giudizio sportivo di primo grado anche i giudici sulla base di quanto riferito dall’inviato dell’ufficio inchieste Fip, avevano deciso di rigettare la pretesa milanese di avere partita vinta a tavolino, ma data l’ora serale avevano rinviato al giorno successivo la stesura della decisione. La mattina dopo il presidente dell’organo giudicante annuncio al Collegio di avere cambiato idea. Sta di fatto che Milano vinse presumibilmente per un voto. Sappiamo dunque con certezza che le malefatte relative a quella partita furono molteplici e di vario livello (lanciatori, giocatori, dirigenti, giudici sportivi)». A questo si aggiunge l’intervista di Franco Bertini a Guido Carlo Gatti in cui l’ex-manager della Scavolini d’allora tira in ballo «l’intervento della coppia milanese socialista TognoliPillitteri, con un probabile coinvolgimento anche più in alto». E ancora: «Quando telefonai a Valter Scavolini raccontandogli l’intero svolgimento dei fatti, era con l’onorevole Arnaldo Forlani che ci disse che c’era poco da fare per come si erano messe le cose».

DI fronte a questi dati di partenza, propri degli articoli del Carlino Pesaro, si è scatenata la canea, con articoli di giornali locali (soprattutto di Livorno, dove all’ultima partita si ebbe un’altra decisione pro-Milano sull’ultimo canestro) ma anche nazionali. Fino a ritirare fuori “mani pulite”, la “milano da bere”, le “malefatte socialiste” (Il Fatto) ed altro ancora. Ognuno, ovvviamente, ha espresso la sua opinione in proposito, compresi i soliti sostenitori dei poteri forti che albergano nella Gazzetta dello Sport. Alcuni hanno citato correttamente la fonte, altri hanno fatto una grande confusione tra fatti, parole, protagonisti e ricostruzioni a posteriori.

TRATTANDOSI di un tema prettamente accademico, visto che nessuno restituirà a Pesaro ed a Valter Scavolini ciò che è stato tolto e, in un paese di furbi, nessuno censurerà (soprattutto a Milano) il comportamento di Meneghin, di Cappellari e dell’Olimpia, fa un po’ sorridere questo appropriarsi del “giornalismo altrui” (un po’ di citazioni non farebbero male) proprio della Rete e allo stesso tempo preoccupa la grande confusione che si viene a creare, ad hoc o per inerzia. I fatti sono chiari: venne posta in essere un’attività fraudolenta per ingannare la giustizia sportiva. Quest’ultima venne sottoposta a pressioni (politica e Coni) e il più forte ottenne quello che voleva. Per Milano ci fu, poi, la legge del contrappasso con il caso Alemao che fece come Meneghin, rimanendo a terra nonostante potesse giocare per sfruttare a favore del Napoli calcio il precedente della responsabilità oggettiva. Poi, con il passare degli anni, si cambiò metro di giudizio, comprese queste specifiche fattispecie. Niente resta impunito nella giostra della vita.



 

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