Il Leonardo conteso e i segreti di Emidia Cecchini«L’ho appena venduto in Svizzera»

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –
IL BORGHIGIANO 20142015

Pesaro, 12 febbraio 2015 - Il suo nome in codice: «Collare». I banchieri svizzeri per vent’anni l’hanno chiamata così. Aereo privato, cinque segretarie, un casinò suo a Mentone, un ristorante, una discoteca, negozi di lusso, case a Montecarlo, Lugano, Cannes, Miami, Malaga. E un amante ricchissimo: Edward Knorr, quello dei dadi: «Abbiamo fatto cinque volte il giro del mondo. Una vita fantastica. Purtroppo è morto presto». Lei è Emidia Cecchini, detta ‘Bibi’, pesarese, la proprietaria del ‘Ritratto di Isabella d’Este’ che un nugolo di esperti attribuiscono a Leonardo. La procura della Repubblica di Pesaro l’accusa di esportazione illegittima di opere d’arte. ‘Bibi’ adesso piange miseria, ma le hanno appena sequestrato un conto da 50mila euro in Svizzera. Ci riceve in un appartamentino di Pesaro di 60 metri dell’Erap. Vive lì. È in vestaglia, i capelli in disordine, il tavolo pieno di fogli e biglietti da visita. Spunta anche quello di Tom Ponzi: «Era il mio vicino di casa». Non vuol farsi fotografare. Propone le foto dei bei tempi.

Pensava di riprendere il via con la vendita del Leonardo?

«Lunedì 16 febbraio avrei venduto il quadro per 120 milioni a una banca di Zurigo. Incassavo 40 milioni subito e il resto dopo pochi mesi. Ecco il contratto, legga pure…».

Che ci faceva con quei soldi?

«Molta beneficenza, e tornavo in pista».

Ma chi è Emidia Cecchini?

«Una donna che a 23 anni, nel ’69, ha abbandonato il marito e due figlie a Sanremo e ha cercato di farsi strada nella vita. E a modo mio, con guai e gioie, ci sono riuscita».

Un Leonardo non si trova dal rigattiere e lei non nasce ricca. Come ha fatto ad averlo?

«L’ha comprato mia nonna, arrivata nel 1913 in Svizzera. L’ha sempre tenuto con sé e poi l’ha lasciato a mio padre Antonio, grande appassionato d’arte. Nel 1990 lui è morto e mi ha indicato che aveva un quadro di Leonardo che si trovava nel caveau della banca del Sempione a Lugano».

Perché non l’ha venduto prima?

«Non ne avevo bisogno, e poi se volevo ammirarlo avevo un’altra copia identica fatta forse dallo stesso Leonardo».

E dov’è adesso la copia?

«Ce l’ha il mio notaio di fiducia, il dottor Cabrini di Lugano. L’ha appeso nel suo studio».

Che prove ha che il quadro sequestrato fosse suo da sempre?

«Nessuna foto purtroppo, se non una dichiarazione di Luigino Cioppi che accompagnava spesso mio zio Walter Cecchini in Svizzera. Lui ha visto il quadro ed è vivo».

Come ha conosciuto l’avvocato Shawo, affidandole il mandato a vendere?

«Me l’hanno presentato a Pesaro nel 2010 e da quel momento si è offerto di far effettuare tutte le prove necessarie per decretare l’autenticità del dipinto. Ha anticipato le spese per 200mila euro».

In cambio di cosa?

«Ho dovuto dargli un ‘Davide e Golia’ di Guido Reni in garanzia che mio padre comprò da Luchino Visconti subito dopo il film del Gattopardo. Si vede in un’inquadratura».

Perché ha nascosto il Leonardo in un’altra banca dopo il controllo in treno dell’avvocato Shawo?

«Perché Shawo si era permesso di prendere tutti i miei documenti in Svizzera e con quelli tornava a casa. Avrei dovuto denunciarlo. Allora ho tolto subito il quadro».

E dove lo aveva nascosto?

«In un cassetta di sicurezza che mi costava 1000 euro al mese, in piazza Dante a Lugano, nell’ex banca degli Agnelli. Temevo pure che me lo rubassero».

Conosce le commercianti d’arte, Tomasoni e Setzu?

«Mai sentite né viste».

Lei è accusata di avere esportato altri quadri di Leonardo e di Tiziano. Le risulta?

«Magari aver potuto avere altri quadri. Io ho sempre avuto solo quel Leonardo, verificato dal laboratorio Palladio e dall’ingegner Seracini di Firenze».

Adesso che fa?

«Faccio in modo di bloccare il quadro a Lugano. È un mio diritto».



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