Jihad, parla il pakistano rimpatriato: "Una montatura, non sono un terrorista"

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –
IL BORGHIGIANO 20142015

Macerata, 25 gennaio 2015 - Faquir Ghani per il Pakistan non è un terrorista islamico. E in patria è un uomo lavoro. Il governo pakistano non ha ritenuto valide le motivazioni delle autorità italiane e di conseguenza non ha proceduto all’ordine di arresto nei confronti del giovane. Faqir, secondo l’accusa mossa dagli inquirenti, avrebbe visionato e condiviso negli ultimi mesi sul suo profilo Facebook alcuni video inneggianti alla guerra santa. Il giovane però, da fonti investigative, risulta essere da tempo “attenzionato” dai nuclei anti terrorismo italiani. Martedì scorso il ragazzo, da 12 anni in Italia con la famiglia e con regolare permesso di soggiorno, è stato prelevato dalla fabbrica di suole per le scarpe a Montecosaro Scalo dove lavora va e il giudice nel primo pomeriggio dello stesso giorno ha deciso l’espulsione del 25enne che mercoledì mattina è stato rimpatriato con il primo volo diretto in Pakistan e in partenza dall’aeroporto di Fiumicino. Accompagnato dal padre, avrebbe potuto rischiare addirittura la pena di morte. Il governo islamico, infatti, dopo l’attentato del 16 dicembre scorso a Peshawar ha inasprito la legge per reati legati al terrorismo. E’ stato istituito un tribunale militare speciale ed è stata reintrodotta la pena di morte. Ieri la svolta. Per il governo pakistano le accuse mosse dall’Italia non sono state tali da rendere necessario l’arresto del giovane. Ed è lui stesso a raccontare al Carlino la sua situazione.

Faqir, come sta? 
«Sono a casa mia, con i miei amici e parenti ma soprattutto sono un uomo libero». 
Cosa è successo appena arrivato in Pakistan?
«La polizia mi ha trattenuto diverse ore per farmi domande su quanto accaduto. Immediatamente ho percepito un clima sereno e mi sono tranquillizzato. Poi, dopo aver letto i documenti con i quali l’Italia mi accusava di terrorismo e mi rimpatriava, i poliziotti mi hanno lasciato libero. Hanno capito subito che quello sostenuto non corrispondeva a verità. Ora sono a casa mia e vado tranquillamente in giro. Una sorta di vacanza forzata».
Ma cosa risponde alle accuse che le vengono mosse?
«Io ho soltanto condiviso su internet dei link da alcuni amici pakistani, ma non ero a conoscenza del fatto che fosse materiale riconducibile a cellule terroristiche».
A cosa pensava durante il viaggio?
«Ho vissuto un incubo. Durante tutto il viaggio mi sono sentito un uomo morto senza avere commesso nulla. Non sapevo cosa mi sarebbe successo. Qui la legge contro il terrorismo è diventata molto severa e temevo di incorrere in una condanna. Ero e sono sicuro di non aver fatto nulla. Io sono una persona rispettosa e vivo tranquillamente. Non ho nulla a che fare con il terrorismo. La mia famiglia è onesta e sono 12 anni che viviamo in Italia. Chi ci conosce sa bene che non abbiamo mai avuto a che fare con qualcosa di illegale».
E adesso cosa intende fare?
«Attendo le procedure di ricorso che il mio avvocato in Italia attuerà per poter tornare. Tutto mi sarei aspettato ma non essere trattato come uno dei peggiori terroristi. C’è stato un clamoroso errore da parte della giustizia italiana. Spero di potere tornare al più presto a casa. Devo lavorare, a Civitanova ho la mia famiglia. Nel frattempo vorrei fare sapere a tutti i miei amici, soprattutto della Croce Verde, che sto bene e che non sono in pericolo. Ma soprattutto che non sono un terrorista»

 

 



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