“La ‘rete’ non è democratica”: parola del collettivo Ippolita

Il Borghigiano Il Resto del Carlino
FONTE IL RESTO DEL CARLINO

Fano, 13 agosto 2014 – La libertà digitale sbarca in provincia. Si è tenuto domenica scorsa alla Rocca Malatestiana di Fano, all’interno del Fuorisalone libertario (la mostra dell’editoria anarchica e libertaria con una serie di approfondimenti sulla dimensione della libertà nel XXI secolo), il seminario “Open non è free. Libertà digitale nel mercato globale” a cura del collettivo Ippolita, realtà critica di riferimento in Europa per quel che riguarda il discorso della libertà personale degli utenti internet e la filosofia dell’autonomia digitale, si occupa infatti da anni di ricerca nel campo della libertà digitale.

Ultimo loro lavoro è il pamphlet recentemente uscito per Laterza “La rete è libera e democratica. Falso!”, che prende in esame il problema delle gestione del potere e della privacy in internet. “Notevole la partecipazione e la determinazione a continuare questo percorso partecipato di analisi in prossime tappe – racconta Francesca Palazzi Arduini, a nome di Alternativa Libertaria/Federazione dei Comunisti Anarchici -, gli argomenti da prendere in considerazione per primi, individuati grazie al dibattito: la libertà digitale per mezzi d’informazione autonomi dai gruppi di potere e dai server commerciali che non garantiscono la tutela della libertà di espressione. L’azione dei social network e dei sistemi tecnologici digitali sulla formazione intellettuale dei bambini e dei ragazzi, come difendersi cioè dai pericoli della ‘ludicizzazione’ della realtà (la vita come eterno gioco) e dalla cosiddetta “realtà aumentata”, tutto quello cioè che viene presentato come inscindibile da servizi e sistemi di controllo offerti dalle case produttrici”.

Il punto centrale del seminario è consistito nell’approfondimento di un concetto: la tecnologia non è neutra. Essa è invece sviluppata come proprietà di chi fornisce servizi, ad esempio i social network, e che “profilano” intanto l’utente assemblando dati dalla navigazione, dalla creazione di account, dalla partecipazione a giochi e dalle bacheche della sua attività sociale, creando un profilo così dettagliato che l’utente non può né conoscere né gestire. La frase “Facebook è gratis e lo sarà sempre” significa che l’utente stesso è la fonte di guadagno di chi gestisce e vende i suoi dati rivendicandone la proprietà. “Questo “marketing di massa” non solo permette ai network di assemblare una grande quantità di dati utili a orientare le scelte delle persone nel campo commerciale, ma anche in quello sociale – riferisce la Palazzi Arduini -. L’esperimento dell’università di Princeton di cui si è venuti da poco a conoscenza lo conferma: 700mila utenti Facebook a loro insaputa hanno reagito con emozioni diverse a seconda che sulla loro bacheca venissero manipolate notizie negative e positive. Si tratta della teoria del “contagio emozionale” e può essere molto pericolosa visto che nessun utente dei social network ha il reale controllo del filtraggio delle sue notizie”.

Così la recente notizia della scansione delle email degli utenti da parte di Gmail, “giustificata con la ricerca di immagini pedopornografiche, ha preoccupato l’opinione pubblica internazionale per la sfrontatezza con la quale Google ha rivelato di esaminare tutta la posta dei suoi utenti, “senza l’intervento umano”, come se la scansione da parte di una macchina non fosse ancora più pericolosa per la sua enorme capacità di categorizzare i dati”. La possibilità per le aziende multinazionali digitali di processare una enorme quantità di dati (big Data) procede verso una ‘capacità predittiva’ dei fenomeni commerciali ma anche sociali che non esclude affatto, purtroppo, ulteriori sperimentazioni di ingegneria sociale. Così come l’abitudine ormai comune di considerare i risultati delle ricerche su Google come “oracoli” veritieri ci abitua a scordare il fatto che esse sono orientate sul profilo dell’utente e possono essere filtrate a seconda dei criteri dell’azienda.

“Se dunque non dobbiamo demonizzare la tecnologia digitale – conclude la Palazzi Arduini -, è necessario però riflettere su come essa viene usata per scopi di profitto e di controllo sociale, e sui mezzi per cambiare rotta, passando da questo grande sistema di sfruttamento a piattaforme libere. Attraverso una maggiore sapere e consapevolezza dell’utente, si evita il “depotenziamento” personale operato da sistemi che impongono il “like” anche su notizie sgradevoli, disabituando le persone al dissenso attivo e concreto”. Il seminario, tenuto da Lavina Hanay Raja, ha anche brevemente presentato la realtà del ‘Copy Left’ (condivisione del sapere senza copyright), delle esperienze italiane autogestite per il software libero, degli “hackmeeting”, oltre che semplici basici sistemi per evitare l’invasione della propria privacy su internet.




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