La tragedia di Pina, scrittrice di gialli. Aveva insegnato ai bimbi africani

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

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Civitanova Marche, 20 gennaio 2016 - Verrà eseguita questa mattina – come disposto dal magistrato – l’ispezione cadaverica su Giuseppina Vallesi, l’insegnante e scrittrice di libri gialli morta ieri in un frontale fra auto (FOTO) sulla Provinciale in contrada Le Grazie. Dopodiché verranno fissati la data e l’orario del funerale.

La donna, 48 anni, lascia il marito e una figlia di otto anni. Non era solo l’insegnante «scruplosa e appassionata» come la descrive il dirigente scolastico Claudio Bernacchia, ma anche una donna che aveva una ricca storia personale da raccontare. Scrivere libri gialli era diventata da qualche anno la sua grande passione. Aveva cominciato per caso, partecipando a un concorso bandito dalla Mondadori. Vinse il primo premio. Il titolo era «Il pane del diavolo». Trama e personaggi vennero pescati dalle memorie di scuola all’istituto Stella Maris, con un’insegnante che era un mito come Madre Stella. Ne furono vendute 34mila copie.

Vallesi ideò e coordinò anche Giallo Carta, concorso nel contesto di Cartacanta. Fu un successo. E la sua storia si arricchì soprattutto con un’altra esperienza: l’insegnamento all’estero, in Etiopia, ad Addis Abeba. «Ho sempre amato viaggiare», disse in un’intervista al Carlino, nel luglio 2010. «Seppi che il Ministero cercava insegnanti in Paesi esteri – raccontò –. Partecipai al bando e mi andò bene». Scelse l’Etiopia. Fu per lei un arricchimento umano e morale straordinario. Portò con sé il marito Daniele e la figlia che aveva appena un anno e mezzo. Insegnava in una scuola italiana, modello di efficienza: sui banchi bambini che vivevano tra gli agi di ville con parco e piscina e quelli costretti in catapecchie in lamiera, eternit e frasche, di stabilità precaria e igiene inesistente. «Succedeva spesso – disse Pina – che le baracche sparissero al primo ciclone».

Lei visse l’esperienza con tanto sentimento e amore per quella gente «che non aveva nulla ma era felice, contenta, onesta e buona». Un’esperienza che ha segnato la sua vita e insegnato che felicità e serenità sono sentimenti di lettura difficile. E che anche la solidarietà ha facce controverse. Raccontava di bambini che, finite le lezioni, sciamavano verso i «supermercati dei ricchi» per racimolare briciole aiutando i clienti a trasportare carrelli strapieni in cambio di un soldo o di una rara carezza; di alberghi extra lusso che accoglievano uomini di governo, ambasciatori, alti prelati o alti rappresentanti di associazioni umanitarie. Alberghi da 400 dollari a notte che svettavano sulle baracche in cui s’aggiravano bambinetti nudi e sporchi.

Parlava dei bambini siero positivi che quasi mai arrivavano a conoscere i sogni dell’ adolescenza. La civitanovese vedeva la loro povertà dinanzi agli occhi, e succedeva spesso che erano loro, le maestre, a tirar fuori qualche soldo per dare un tozzo di pane a chi non ne aveva. Aveva un moto di orgoglio nel sottolineare che l’Italia, da quelle parti, c’è ed è una presenza generosa e ricca di umanità.

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