L’avvocato Gemma:«Falsi incidenti, sono io la mente»

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

IL BORGHIGIANO 20142015

Jesi (Ancona), 15 maggio 2015 – «Facevo tutto io, gli altri non c’entrano. Ero un mascalzone, lo ammetto. Lo facevo per soldi». Nicola Gemma, l’imputato principale del maxi processo con oltre 50 imputati per la marea di falsi incidenti con illeciti indennizzi ottenuti dalle assicurazioni, ha confessato ieri mattina in Tribunale di Ancona. L’avvocato tarantino, ora sospeso dal Foro della città pugliese, ha ammesso di aver compilato da solo constatazioni amichevoli d’incidente, falsificato firme (anche di un collega avvocato), di aver compilato da solo certificati medici per collisioni mai avvenute, di aver «ingaggiato» testimoni fantasma per ottenere più soldi dalle assicurazioni.

Chiaro l’intento di Gemma: far cadere il reato associativo che lo vede al centro della maxi imputazione per i 100 e più incidenti, molti dei quali avvenuti nello Jesino tra il 2007 e il 2009. In cinque ore di deposizione, Gemma si è assunto tutta la responsabilità per i reati, scagionando di fatto i quattro medici, il bancario, il legale e le altre nove persone gravate ancora con lui dell’accusa di associazione a delinquere. Sarà il tribunale a giudicare se corrisponda a realtà la sua versione o sia una strategia difensiva per escludere l’addebito associativo. Di certo, gli altri reati contestati (concorso in truffa e falso) presto si prescriveranno e Gemma si è assunto su di sé tutta la colpa, con l’eccezione di un procacciatore di «incidenti», che ha già patteggiato.

L’imputato, difeso dall’avvocato Francesco Coli, ha detto di aver lasciato Taranto a fine 2007 dopo aver subito episodi di estorsione e di essersi trasferito a Jesi perché conosceva l’avv. Cosimo Romano, anche lui imputato. Gemma lo ha scagionato, ammettendo di aver falsificato, a sua insaputa, la firma del collega. Per i medici coimputati, ha sostenuto che non erano a conoscenza delle truffe: molti certificati li avrebbe falsificati lui o erano tratti in inganno dai pazienti che, nonostante visite scrupolose, riuscivano a fingere «colpi di frusta».



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