Le Case, Biagiola non è più lo chef. "Scelta dolorosa, ma ragionata"

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

IL BORGHIGIANO 20142015

Macerata, 3  settembre 2015 – Creativo, originale, attento ai dettagli. In una parola: stellato. L’arte in cucina dello chef Michele Biagiola sorprende i palati maceratesi da 15 anni. Ma i suoi capolavori di gusto non saranno più serviti sulle tavole del ristorante ‘Le case di Macerata’: il rapporto di lavoro si è interrotto a fine agosto. Una scelta ragionata. «Sentivo la necessità di operare in una dimensione più piccola – ha dichiarato lo chef – perché mi piace l’idea di potermi dedicare con attenzione ai più minuti dettagli della mia cucina. Il progetto che ho in mente va verso questa direzione, ma non voglio dire di più, ci sarà tempo per farlo».

Abbandonerà Macerata?

«Rimarrò nel territorio, perché non potrei mai rinunciare ai luoghi delle mie origini».

Il ricordo più bello di questi anni?

«Tutti quei momenti in cui mi sono recato in sala e ho ricevuto consensi e approvazioni dai clienti. Del resto la cucina è un atto di generosità verso l’altro, renderlo felice è anche la mia felicità».

Il più brutto?

«Quando me ne sono andato».

Come è nata la passione per la cucina?

«Dire che è nata per caso sembrerebbe una banalità, ma è andata proprio così. A scuola non ero un portento e mio padre mi mandava a fare qualche lavoretto durante l’estate. Tra quelli che ho svolto, l’unico che mi affascinava era quello di cuoco. Forse perché mi accostava in qualche modo alle mie nonne a cui ero molto legato».

Com’è il livello enogastronomico nel Maceratese?

«Non saprei generalizzare, ci sono realtà eccellenti e altre meno interessanti, ma dipende dalla prospettiva che si assume».

Il segreto per una buona cucina?

«Passione e ottime materie prime».

Piatto forte?

«Spaghetti».

Preferisce preparare?

«Sono lunatico, mi piace preparare piatti in generale, quello che conta è che abbiano un elemento vegetale che li caratterizzi».

La cucina italiana come eccellenza nel mondo: cosa ha in più?

«Biodiversità e storia, forse. Ma ci sono molte altre cucine, storiche o emergenti, che non hanno nulla da invidiarci. Ogni paese ha i suoi costumi e dei gusti stratificati che dall’esterno si fatica a comprendere».

Ha mai avuto esperienze all’estero?

«Sì, in alcune importanti cucine di Francia e non escludo che possano essercene altre: contaminarsi con la diversità per poi ritornare nei propri luoghi è qualcosa che mi affascina molto».

La tv è invasa da programmi di cucina, che ne pensa?

«Penso che ogni forma di spettacolo televisivo vada presa per quello che è. La cucina è un contenuto molto richiesto. Forse si sta esagerando, ma il sistema della gastronomia dovrebbe ingegnarsi per intercettare in modo intelligente questa richiesta di cucina».

Un personaggio per il quale le piacerebbe cucinare?

«Amo cucinare per le persone che hanno un giusto spirito a tavola, che si approcciano alla cucina in maniera laica. Mi piacerebbe cucinare per Giampiero Ventura, l’allenatore del Torino, la squadra che amo follemente».

Il menu ideale per un matrimonio ‘maceratese’?

«Di solito propongo pietanze altamente riconoscibili alla vista e al palato. È importante, inoltre, scegliere piatti che rimandino alla festa, perché il matrimonio è proprio quello, una festa».

C’è uno chef dal quale trae ispirazione?

«No. Non lo dico per presunzione. Ho un solo punto di riferimento in cucina, ovvero la natura che circonda il mio ristorante. Non saprei cucinare senza la presenza del mio territorio a darmi sicurezze».

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