Le testimonianze dei marchigiani ​scampati alla strage di Nizza

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Oltre ottanta morti lasciati sulla Promenade des Anglais, una scia di terrore che Francia e occidente tornano a respirare, lo strazio di chi a Nizza ha perso anche un figlio, un padre . E’ un autentico day after quello che si vive intorno alla strage di Nizza perpetrata da Mohamed Lahouaiej Bouhlel, 31 anni residente in Francia, ma nato in Tunisia, un legame ancora tutto da chiarire con i fiancheggiatori di Daesh, lo stato islamico che semina morte e incubo a tutte le latitudini. Ce lo raccontano le voci dei marchigiani che si trovavano a Nizza giovedì sera: cinque storie da raccontare, una vita da tenere stretta.

Nicole Papa studentessa, 19 anni, Loreto
«Mi sento francese e non voglio fuggire. Solidarietà a Nizza. Io non mi arrendo». Nicole Papa è nata a Loreto, ha studiato al liceo scientifico Savoia di Ancona, poi è volata in Costa Azzurra per perfezionare la lingua. Per pagarsi gli studi, lavora come cameriera in un ristorante a Mandelieu-la-Napoule. Fa la pendolare. Perché in realtà vive a Nizza, sulla spettacolare Promenade des Anglais di cui sopra. Nicole si ritiene miracolata. Si era già organizzata con gli amici per partecipare alla festa del 14 luglio. Poi, inaspettatamente, la chiamata del ristorante. «Se non avessi lavorato, sarei stata proprio sulla Promenade – ci racconta al telefono -. Abito a 100 metri dalla discoteca High Club, di fronte alla quale sono morte tante persone. Invece per fortuna mi trovavo in un’altra città. Non sapevo nulla fino a quando nel ristorante è entrata una ragazza che ci ha informati dell’attentato. Subito mi hanno chiamato i miei genitori, li ho rassicurati. E su Facebook ho scritto ai miei amici. Molti stanno bene, ma alcuni non rispondono e sono in ansia per loro perché si trovavano sulla Promenade…». Nicole è tornata a casa alle 2 di notte, quando Nizza portava ancora i segni del macabro spettacolo. «C’erano militari ovunque, poliziotti, pompieri, tanto sangue a terra – racconta -. Ora è una città fantasma. La gente cammina guardandosi attorno, preoccupata. Sono uscita stamattina (ieri, ndr) per andare al lavoro, c’è silenzio, tocchi la tensione con mano. E ad ogni rumore, anche fosse un bicchiere che cade, torna la paura. Le autorità ci dicono di non frequentare posti affollati, stare in zone sicure e aprire le porte a chi ne ha bisogno. Il fatto è che a Nizza, dopo gli attentati di Parigi, ci aspettavamo che accadesse qualcosa durante gli Europei. Ma mai nel giorno della festa nazionale, per di più durante i fuochi d’artificio che si sono mescolati agli spari, di cui molti non si sono accorti».

Demitri Oliboni capocameriere, 29 anni, Fermo
Demitri Oliboni, 29 anni, caposervizio in sala al ristorante La Petit Maison di Nizza. E’ figlio di Paolo, noto imprenditore veneto di origine ma fermano di adozione che lavora nel campo delle sale slot. «Dove si è fermato il camion alla fine della corsa folle è casa mia, abito a 50 metri da lì. Il posto in cui lavoro si trova invece a circa trecento metri da lì e si chiama “Petit Maison”, si trova in seconda linea rispetto alla Promenade che si affaccia sul mare. Ieri sera stavo lavorando verso le 22,30 quando ho sentito un gran rumore e ho visto un fiume di gente che scappava e urlava. Uno tsunami. Ho fatto uno più uno, ho preso le chiavi dello spogliatoio e ho chiamato il collega. Avevo capito che si poteva trattare di un attentato». «Nizza è piena di arabi, ed è la seconda città più importante di Francia, poi ieri sera il lungomare era chiuso, il camion era pieno di armi e quindi non doveva finire così la corsa, poteva essere molto peggio. Ci siamo nascosti dentro lo spogliatoio e siamo rimasti lì per due ore circa. Da lì poi siamo usciti quando ci ha fatto evacuare la polizia. Siamo rimasti un paio di ore nella piazza principale e poi siamo andati a casa. Solo che la via di casa mia non era ancora tranquilla, la strada era sbarrata infatti alla fine non sono riuscito a rientrare e ho dormito a casa di un collega. Gli hotel erano tutti pieni. Ieri sera era un cimitero la piazza. In piazza c’erano tante persone, carri, e quel camion ha travolto tutto quello che ha trovato». «Hanno smontato una stagione, tanti chalet, alberghi hanno perso le prenotazioni. Io oggi non sono andato a lavorare, non sono riuscito perché qui è ancora complicato muoversi. Io sono in Francia a lavorare da un anno e un mese per fare esperienza poi torno a casa. Ho avvertito i miei genitori solo quando la notizia è arrivata nelle Marche.

Marco Palestini tecnico commerciale 24 anni San Benedetto
Marco Palestini, 24 anni, di San Benedetto del Tronto da due risiede a Nizza dove lavora come tecnico commerciale per un’azienda svedese nella pneumatica. Convive con la fidanzata Cecile di 26 addetta ai servizi portuali per crociere. «Io non ho assistito alla strage perchè stavo poco bene e sono rimasto a casa» racconta. «La mia ragazza invece stava vicino al luogo dove è avvenuta la strage. Mi ha chiamato alle 22,40 di giovedì. Non ha visto il camion ma tutta la gente che scappava. Quindi anche lei ha iniziato a correre e ha perso di vista le amiche. Si sono riparate in un pub con molta gente. Sembravano topi in gabbia. Da lì mi ha chiamato. Ancora la televisione non trasmetteva nulla e non si sapeva cosa fosse successo realmente. Io non riuscivo a capire la gravità del fatto. All’inizio si pensava a incidente. La televisione e Nice Matin, il giornale di Nizza hanno iniziato a parlare dell’attentato solo alle 23,10. Io ho cercato di chiamare la polizia ma tutte le linee telefoniche erano occupate. Cecile era uscita con le amiche. Aveva voglia di vedere i fuochi d’artificio del 14 luglio come avevamo fatto l’anno scorso. Ora dopo l’attentato la città è sotto choc, le vie sono quasi deserte, la Promenade des anglais è chiusa. La tv francese trasmette informazioni da mercoledì sera ma noi preferiamo seguire tutto dalla finestra di casa. «Abbandonare Nizza? Per il momento credo che resteremo qui anche se questa situazione pone delle serie domande. Comunque stasera (ieri) partiamo per Milano e poi torniamo a San Benedetto. Io dovevo tornare in Italia per altri motivi ma Cécile verrà con me. È ancora sotto choc». E a pochi chilometri da San Benedetto altre due persone sono scampate alla strage. «Stiamo bene, ci siamo rifugiati in una stanza dell’hotel» hanno detto Agostino Mazzocchi e Alessandra Falcioni, di Colonnella in Francia per lavoro. I due vivono in un paese vicino Nizza ed erano lì l’altra sera, come centinaia di altre persone, turisti e non, stavano festeggiando il 14 luglio.

Alessandra Allieri dottoressa, 39 anni, P. S. Giorgio
Qualcuno è scampato alla mattanza per puro caso. Come la dottoressa Maria Alessandra Allieri, originaria di Porto San Giorgio, per molti anni residente ad Ancona, dove si è diplomata al liceo classico Rinaldini e poi si è laureata alla facoltà di Medicina. Ormai da tempo vive a Nizza, dove lavora nell’ospedale cittadino, andato in tilt per ricevere centinaia di feriti. “Mi trovavo in zona appena prima che succedesse la strage – ha raccontato in un’intervista rilasciata al Tg3 Marche -. Avevo partecipato a una piccola cerimonia organizzata nell’ambito dei festeggiamenti per commemorare la presa della Bastiglia. Ci siamo allontanati a piedi poco prima dell’attentato per tornare a casa, visto che abitiamo proprio lungo la Promenade”. Un quarto d’ora provvidenziale. Un lasso di tempo minimo, ma fondamentale: pochi minuti che hanno salvato la vita alla dottoressa marchigiana. “All’ospedale – racconta – hanno indetto quello che in Francia chiamano il “piano bianco”. Tutti i nosocomi sono mobilitati per accogliere i feriti. Il clima ora è di incredulità. Siamo consapevoli che tutti noi potevamo trovarci lì. Eravamo nel bel mezzo di una festa popolare, molto simbolica per la Francia. Un evento atteso da tante famiglie, con i classici fuochi d’artificio finali. E’ proprio in quel momento che il terrorista ha colpito, dove c’erano la folla, le famiglie, i bambini, persone che si erano radunate per partecipare a un momento di pace”. La paura per il pericolo scampato si è trasformata ben presto in ansia per il possibile coinvolgimento di amici, colleghi, conoscenti. Subito è scattato il battage di messaggi sui cellulari e sui social per contattare quante più persone vicine possibile. “Quelle che abbiamo sentito noi stanno tutte bene, ma non sappiamo ancora se tra le persone decedute ce ne sia qualcuna che conosciamo – dice la dottoressa Allieri -. La cosa terribile è che questa strage poteva colpire chiunque. C’erano mamme, papà, bambini, lì sulla strada o in spiaggia, a cento metri di distanza dal camion impazzito. Ancora adesso non riesco a crederci”.

Jessica De Vito personal trainer, 28 anni, Pesaro
Nativa di Ravenna ma residente a Pesaro fin da bambina, era proprio a Nizza. “Sono salva per miracolo. Sono incinta e così non sono andata a vedere i fuochi per la festa nazionale sulla Promenade”. Vive in Francia da quasi un anno e aveva deciso di trascorrere gran parte della giornata a Nizza per il ponte del 14 luglio. “Con il mio compagno abbiamo deciso di non rimanere fino a tardi per i fuochi. Siamo rimasti sul lungomare fino alle 19, sono all’ottavo mese e così per non affaticarmi ho deciso di rientrare in albergo. Eravamo in camera, abbiamo acceso la tv e abbiamo visto le immagini della tragedia che si stava compiendo poco lontano da noi. Subito non siamo riusciti a capire, poi, ci siamo affacciati alla terrazza dell’hotel, a quasi 800 metri dal nostro albergo, abbiamo sentito le sirene e visto i mezzi di soccorso, tutti insieme sfrecciare per strada. «Sono ancora scioccata, il pensiero che avremo potuto essere lì ce l’ho sempre in testa. Mi ha salvato questo bambino e il destino “. Per tutta la mattinata di ieri, nel giorno dopo la strage, la titolare fanese di un’impresa di volantinaggio ha cercato sul web notizie di Marta Uguccioni, sua amica partita proprio ieri per raggiungere il papà in Costa Azzurra. Marta 22 anni, sta bene e non appena ha potuto comunicare ha dato notizie di sé a familiari e amici che erano in apprensione. Si trova tutt’ora a 50 chilometri da Nizza, lontano dal luogo dell’attentato, ma il primo pensiero è stata la felicità di riabbracciare suo padre a Saint Raphael. “Il mio pensiero è andato a tutte le vittime. Qui c’è più tranquillità e ci sono sempre diversi controlli”.

Il Corriere Adriatico

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