L’industriale di altri tempi: «I miei 90 anni da capitano d’impresa, per vincere le sfide serve l’Europa»

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FABRIANO, L’INDUSTRIALE DI ALTRI TEMPI – IN TRECENTO, forse anche più, a pranzo con Francesco Merloni in azienda per celebrare i 90 anni dell’ex ministro. Grande festa in arrivo all’Ariston Thermo, dove venerdì alle 13 l’imprenditore fabrianese offrirà la conviviale a tutti gli impiegati in servizio negli uffici centrali di viale Aristide Merloni, ma anche a tanti storici collaboratori della sua Ariston Thermo. In realtà domani l’industriale taglierà il traguardo delle 90 primavere, ma la scelta della cerimonia ufficiale è caduta sul giorno seguente per consentire a tutti di avere il pomeriggio libero e dunque godersi al meglio l’occasione in apertura del fine settimana. Un maxi tendone verrà allestito nel parcheggio degli uffici aziendali di Fabriano in modo appunto da poter effettuare la conviviale anche in caso di maltempo.

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Intervista di Alessandro Di Marco FABRIANO (Ancona) 

Ingegner Francesco Merloni, a 90 anni è in formissima: ha un elisir di eterna giovinezza? «L’unico segreto è il lavoro. Ho iniziato nel 1953, ma anche ora arrivo in ufficio alle 10 e ne esco alle sette della sera. E poi sono sempre attivo con diverse trasferte soprattutto a Roma per i vari impegni con l’Arel, la Fondazioni Aristide Merloni, la Fondazione Marche o i Cavalieri del lavoro». E le passeggiate in collina? «Quelle solo il sabato e la domenica. In caso di pioggia ripiego sul tapis roulant perché alla camminata non ci rinuncio». L’ex Ardo in chiusura, l’Indesit agli americani: che effetto fa essere l’ultimo Merloni in sella? «Piuttosto direi che l’eccezione siamo stati noi tre figli maschi di Aristide. Non era scontato che tutti e tre – Antonio, Vittorio e il sottoscritto – riuscissimo a portare avanti aziende di successo. E’ chiaro, poi, che in ogni impresa uno dei momenti più difficili è il passaggio generazionale specie se si parla di realtà impegnate in una dura competizione globale». A proposito di ricambio generazionale, si aspettava che suo figlio Paolo fosse un imprenditore così bravo nel portare avanti l’attività paterna? «Paolo è arrivato alla guida dell’Ariston Thermo dopo una lunga gavetta in giro per il mondo. Si è laureato alla Bocconi, ha cercato lavoro a Londra, poi si è trasferito in Spagna, ha lavorato con la McKinsey ed è tornato in Italia a Civitanova in un’impresa calzaturiera. Solo dopo questo cammino è arrivato in Ariston. Nessuno, insomma, nasce imparato e sono convinto che l’esperienza accumulata gli sia servita». Immagini la sua Fabriano tra 20 anni: una città post industriale e molto più povera o cos’altro? «La classifica delle dieci aziende top delle Marche dice che ancora oggi cinque sono di Fabriano. Il problema è che questa città si sente appagata e nella crisi trova un alibi o una scusa. Invece la base manifatturiera c’è ancora, serve solo una nuova classe imprenditoriale con gente disposta a rischiare e scommettere su sé stessa». E l’Italia del futuro? «Da soli non si va da nessuna parte, abbianol’uno per cento della popolazione mondiale. Per questo serve l’Europa. Magari più unita e con una politica unica». Da ex ministro cosa le piace e cosa no della politica di oggi? «Non sta a me giudicare o dispensare consigli. Dico solo che la mia visione della politica è immutata, ovvero che dev’essere sempre e solo un servizio: un aiuto per gli altri, non per i propri interessi. Mi sono sempre ispirato a una persona di grandi ideali e valori come Alcide De Gasperi che nel Dopoguerra salvò l’Italia e creò le condizioni per farla ripartire. E’ la dimostrazione che le grandi scelte spettano alla politica e che il suo è un ruolo determinante. Nel mio piccolo credo di avere perso tanto tempo per questa passione, ma anche, nei due anni da ministro, di aver fatto qualcosa di concreto». Una definizione, la prima che le viene in mente, del premier Matteo Renzi. «Ci ho parlato una sola volta, in Vietnam nella sua visita presso il nostro stabilimento ad Hanoi, e ho sùbito avuto la sensazione di una persona sveglissima e capace di capire al volo. Le racconto questa. In quell’occasione dissi in pubblico come noi imprenditori italiani che investiamo all’esterno non dobbiamo essere visti come quelli della delocalizzazione ma dell’internazionalizzazione, perché i siti stranieri sono in aggiunta e non in sostituzione delle fabbriche del nostro Paese. Lui era lì ad ascoltare. Poi quel mio concetto, ma espresso con parole molto più efficaci, l’ho sentito ripetuto dal premier davanti ai microfoni almeno per quattro volte». Un regalo che vorrebbe ricevere per il compleanno? «Il regalo più bello già ce l’ho: è la mia famiglia di tre figli e otto nipoti. Ora, però, quel che desidero è preservarlo continuando sulla via indicata da mio padre Aristide con una famiglia dove tutti si sanno rimboccare le maniche. Per questo vedere uno dei miei nipoti che a soli 21 anni va a studiare a Shangai senza paura di scoprire il mondo e mettersi in gioco è qualcosa che mi rende felice». (IL RESTO DEL CARLINO EDIZIONE DEL 16 Settembre 2015)

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