Minaccia una prostituta armato di pistola e la violenta

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

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Senigallia, 5 febbraio 2016 – Stupra la lucciola minacciandola con la pistola giocattolo, ma viene incastrato dal Dna: aveva voluto consumare un rapporto non protetto. E’ stato rinviato a giudizio per violenza sessuale aggravata Mario Di Meo, operaio di 42 anni originario di Chieti, che nell’estate 2012 si era trasferito a Senigallia per lavorare in un cantiere della zona. L’uomo, lungo la Statale Adriatica, aveva abbordato una prostituta di origine romena, una donna di 29 anni ora residente a Brembate: i due avevano concordato una prestazione per 40 euro.

Una volta salita in auto, però, la lucciola si era sentita rivolgere una richiesta che non rientrava nei patti e, secondo l’accusa, sostenuta dal pm Valentina Bavai, aveva deciso di non consumare più il rapporto. Di Meo, infuriato, aveva allora impugnato una pistola che teneva in auto e l’aveva minacciata, costringendola a garantire la prestazione extra che lui aveva richiesto. Il rapporto era stato consumato senza alcuna protezione. Appena scesa dall’auto, la giovane era subito corsa al pronto soccorso, dove era stata sottoposta a una visita.

I medici, attraverso un tampone, erano riusciti a prelevare il Dna del presunto violentatore. La prostituta aveva anche indicato la targa dell’auto del cliente e le forze dell’ordine erano risalite a Di Meo. Nella sua auto era stata ritrovata anche la pistola, una copia di una Villa Airsftgun senza tappo rosso. Ieri il giudice Francesca Zagoreo ha deciso di rinviare a giudizio l’operaio: il processo si aprirà il 22 giugno. L’imputato, difeso dall’avvocato Graziano Benedetto di Pescara, respinge le accuse: afferma che il rapporto sessuale era stato consenziente ma che nacque una discussione al momento del pagamento. La lucciola, che inizialmente aveva chiesto 40 euro, ne pretendeva 80. Insoddisfatta per il mancato pagamento, la romena avrebbe inscenato la violenza sessuale. La pistola giocattolo, sostiene la difesa, era del figlio di Di Meo, dimenticata in auto dal bambino senza il tappo rosso. «Abbiamo deciso di affrontare il processo – spiega l’avvocato Benedetto – perché vogliamo che la romena ribadisca in aula le sue accuse: vogliamo un confronto diretto tra le due parti». La donna, però, non si è costituita parte civile e potrebbe non presentarsi in udienza. In assenza della testimonianza della presunta vittima, la posizione dell’imputato si alleggerirebbe.

 

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