Minervini racconta il lato oscuro della Louisiana

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

IL BORGHIGIANO 20142015

Fermo, 22 maggio 2015 - Di sicuro Roberto Minervini è uno che i film li vive sulla propria pelleMarchigiano di Fermo, per la precisione di Monte Urano, dove conserva gli affetti, vive con la moglie e due bambini a Houston da 15 anni e non può evitare di commuoversi al pensiero che lui, i casi che racconta nei suoi film, li vive da vicino. Due anni fa era a Cannes dove ha presentato nelle proiezioni speciali Stop the Pounding Heart, ambientato in una povera e remota comunità del Texas, poco distante dal luogo dove il regista risiede e patria dei rodeo lovers. “Conosco certe realtà. Lì accanto ci sono i centri commerciali di basso-medio standard dove porto i miei bambini”. 

Allora raccontava la storia di Sara, stavolta, per la 68° edizione del Festival, eccolo nella sezione Un Certain Regard con Louisiana / The Other Side che sta per il lato oscuro, caduto nell’oblìo degli Stati Uniti, lungometraggio girato per metà documentario e per metà fiction. Donne e uomini allo sbando, che nessuno nella società civile vuole e di cui lo Stato americano non si occupa – messaggio principale del film, applaudito dalla critica e ricco di scene scioccanti per crudità, verismo e sessualità. Reduci dal Vietnam e nuovi reduci giovanissimi che imbracciano il kalashnikov in attacchi simulati di soft war (da non perdere la scena della sparatoria al pupazzo di Obama), drogati irrecuperabili, madri sofferenti che assistono al deperimento fisico e psicologico dei figli, lavoranti in officine di fortuna. 

Del film, che uscirà nelle sale italiane il 28 maggio, è Minervini a parlarci.

“Va bene se mi chiamano il 4° di Cannes non c’è problema – attacca lui  sorridendo – importante è che si parli del mio film”.

“Vengo dalla trilogia sul Texas, dopo la quale mi sono trasferito nel West  Louisiana, dove ho incontrato la famiglia di Todd Trichell, desideroso di fuggire a un presente di povertà, emarginazione e violenza. Era un cruccio che avevo. Non volevo fermarmi a un lavoro che si prestasse a giudizi compiacenti, per il mio attaccamento al personaggio di Sara. Volevo che nel mio successivo lungometraggio si instaurasse il dibattito e la porta precedente si chiudesse. The 

Other Side doveva essere un film più complesso, con due realtà che si parlassero fra di loro. Spostare il piano della discussione da ciò che si vede all’aspetto politico. Si è chiuso uno sguardo per aprirne un altro. L’evoluzione è quella”. 

Ma c’è un altro aspetto che Minervini sottolinea.

“L’opera non doveva essere così regionalista, ma più corale, più rappresentativa degli Usa. Del Mid West e del Sud statunitense in particolare. Cioè, la zona dove normalmente si decidono le elezioni presidenziali. Una zona calda”. 

Che cosa dice allo spettatore comune questo film

“Dice di un Paese in difficoltà, che paga le scelte fatte in politica estera per le quali viene additato agli occhi del mondo come guerrafondaio. Lo dicono bene i film bellissimi di Kathryn Bigelow. In certi posti è impensabile scherzare su certi argomenti. Abbiamo rischiato il linciaggio nella scena dei funerali dell’eroe di guerra, momento sacro e inviolabile per quella comunità in cui vivono parecchi paramilitari. In certi momenti andavo anche dalla polizia locale a chiedere di essere protetto, perché in fondo io lavoravo con dei tossicodipendenti”. 

Film girato in condizioni difficili, quindi…

“Siamo in tre a operare. Ma tutte le scene che si vedono sono frutto di un solo ciak. Ho girato con un budget di 485mila euro servendomi di persone vere, non di attori professionisti, perché trasmettono più autenticità alle scene. Mark e Lisa sono i ‘miei’ attori, abbiamo instaurato un vero rapporto durante le riprese. La mia ambizione era fare fotoreportage, come David Turnley e Jim Goldberg, gente che ammiro, perciò cerco di avvicinarmi a quell’ideale. Non esiste sceneggiatura, si va in perlustrazione, ogni volta prospettandoci il da farsi”.

Obama ne esce malconcio pure lui o eredita una situazione precedente?

“La rabbia dei giovani che si vedono in Louisiana viene scaricata contro Obama, colpevole di essere democratico e di avere introdotto alcune riforme inaccettabili per la destra repubblicana. L’opposizione di destra ha deciso subito di far cadere a tutti i costi Obama perciò applica una politica ostruzionista senza quartiere. Pensate che Obama vuole regolamentare il possesso delle armi. Lo slogan Legalize freedom – che vediamo su uno striscione nel cielo sorvolare la comunità – viene dall’ex candidato repubblicano Ron Paul. Non c’è reale convivenza civile fra le parti in questo Paese. Tollerarsi vuol dire sopportarsi in America”.

Si vedono scene molto crude.

“Nelle scene di sesso, ma anche in quelle della droga, c’è forse dell’esibizionismo, ma anche orgoglio. Sono giovani che rivendicano una vita sessuale attiva, non schiacciata dalla loro umile condizione sociale. Ma non dimentichiamo la componente droga. Le anfetamine sono micidiali e delle portentose disinibitrici della libido.Per loro, poi, era un’occasione unica di essere ripresi”. 

Si vede anche una spogliarellista incinta.

“Sì a me quella scena faceva paura. Accanto a lei c’era il marito 20enne, commosso. La madre della donna incinta ha una condanna a 20 anni di reclusione che le pende sul capo. Mark e Lisa, i protagonisti, erano invitati a Cannes. Ma sono pregiudicati e non possono venire per questioni di passaporto. Mi hanno scritto dicendomi che stanno meglio”.

Armi e droga al centro della storia. In realtà le persone non cercano disperatamente di avere una comunità?

“La droga è un formidabile collante, diventa un credo. Uno stile di vita. Ma il bisogno l’uno dell’altro esiste. C’è una fiducia inevitabile in quei posti, l’uno dell’altro. 

Il sogno americano.

“Non ho mai pensato all’America come alla terra dell’abbondanza. Io mi mantengo come costruttore di case ecosostenibili e non me la passo male. Qualora perdessi il mio lavoro però so che non avrei neanche l’assistenza medica. Sono stato fra i primi a fare le case ecosostenibili a Houston”. Per finire, Minervini si sfoga a modo suo: ” Non capisco chi fa un certo tipo di cinema estetizzante. Alla fine aveva ragione Michael Jackson, devi guardare il Man in the Mirror (chi sei allo specchio)”.



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