Omicidio Sarchiè, setacciata la casa dei Farina. Nel mirino il capanno degli attrezzi

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –
Il Borghigiano Il Resto del Carlino

Pioraco (Macerata), 17 settembre 2014 – A Seppio per cercare mattonelle, colle, stucchi, cementi. Come quelle che per diciassette giorni hanno occultato l’orrore, coprendo il corpo martoriato di Pietro Sarchiè, nascosto tra una casa diroccata e una chiesa sconsacrata qui vicino, nella valle dei Grilli. Sarchié che da quarant’anni girava le montagne per vendere il pesce, «innocente come un bambino», nel racconto di tutti. Ucciso con ferocia inaudita. 

I carabinieri del reparto operativo ieri mattina sono tornati nella casa di Giuseppe Farina, il 40enne catanese indagato con il figlio Salvo per omicidio e occultamento di cadavere. Gli investigatori hanno guardato, domandato e fotografato. Un’ispezione di mezz’ora, forse meno. Nell’appartamento e sotto la tettoia del giardino, un po’ capanna degli attrezzi.

E che cosa hanno trovato? L’avvocato Mauro Riccioni, difensore dei Farina, è categorico: «Esito negativo. Siamo al punto zero (VIDEO). Verso i miei assistiti solo insinuazioni. Per quanto ne possiamo sapere come difesa, perché gli atti sono secretati. Non c’è un movente credibile, non è stata trovata la pistola. La stessa procura ipotizza che vi siano almeno due persone ancora da identificare». Riccioni annuncia che seguirà altre piste, «le indagini difensive sono ammesse dal codice penale. I tempi? L’esame di tutti i reperti sequestrati richiederà almeno 150 giorni a partire dal 19 agosto, quando è stato assegnato l’incarico. Tempi lunghi? Come sempre sono lunghi i tempi delle indagini preliminari per un caso così delicato».

Questo il linguaggio della legge. Però la gente non capisce. Perché Sarchiè — Pietro, ne parlano tutti con l’affetto che si riserva a una persona cara — è sparito il 18 giugno, il cadavere è stato trovato solo il 5 luglio. E ancora oggi per la sua morte ci sono indagati a piede libero e tanti misteri. Farina fino a sabato era a Catania, poi è tornato per l’ispezione. Salvo no, lui è rimasto in Sicilia.

«Ma che si poteva trovare dopo così tanto tempo, era normale finisse così», non si sorprende Jennifer Sarchiè, la figlia di Pietro, organizzatrice infaticabile di marce e fiaccolate. Quella che porta il caso del babbo sulle tv nazionali e sui giornali, spesso al suo fianco c’è la mamma Ave, mentre il fratello Yuri sta un passo indietro, «lui è più timido davanti ai microfoni». Jennifer supera il dolore con la rabbia: «Chi ha ucciso mio padre deve pagare, andare in galera e restarci. Ci ha distrutto la vita. Non ci fermeremo».

Sarchiè con il suo furgone inconfondibile si fermava qui, nello slargo in salita tra la chiesa e le case popolari di Seppio, proprio davanti ai Farina. Qui arrivavano i clienti, la moglie Ave dice che per lui «erano tutti un po’ parenti, tutti amici». In effetti Seppio è come una famiglia allargata, se qualcuno incrocia un’auto ‘straniera’ parte subito un’occhiata indagatrice. E allora com’è possibile che nessuno abbia visto o sentito? Com’è possibile che non ci siano testimoni di questo martirio? Perché gli assassini — così da una ricostruzione considerata finora attendibile — hanno sorpreso Sarchié in una stradina che si addentra nella campagna di Seppio, tra una chiesa aperta solo d’estate e una casa in costruzione, tra una cliente appena servita e un’altra mai raggiunta. «Non sappiamo se ci siano o no testimoni o se qualcuno debba ancora parlare — mette un freno Mauro Gionni, avvocato dei Sarchiè, già difensore della famiglia Rea —. Gli atti li ha solo la Procura. Anche per questo inviterei i colleghi che difendono i Farina ad una maggiore cautela. Una svolta? Me la posso augurare. Ricordo che Parolisi venne arrestato dopo tre mesi». Chi abita qui vicino alle domande del cronista si scoccia. «Ho risposto anche troppe volte, sono a tavola», liquida ogni ragionamento un uomo di mezza età. 

Intanto i carabinieri cercano ancora. La trasferta di ieri mattina non è finita a casa Farina. Gli uomini del reparto operativo sono tornati nella cava sulla strada di Castelraimondo. Proprio accanto al capannone di Santo Seminara, catanese di 42 anni indagato per favoreggiamento perché nel suo piazzale sono stati trovati oggetti personali di Sarchié e pezzi di furgone. E ora che risposte potranno arrivare agli inquirenti dalla terra della cava?



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