Pescatori arrestati in Gambia, appello a Renzi: «Ci aiuti a riportarli a casa»

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –
IL BORGHIGIANO 20142015

San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), 9 marzo 2015 – «Adesso che il caso è diventato di rilevanza nazionale, speriamo che qualcuno ci dia una mano a liberarli». Si permettono ora qualche speranza  i vertici della Italfish, la società armatrice del peschereccio Idra Q su cui lavoravano il comandante e il motorista che da lunedì scorso sono rinchiusi nel famigerato carcere Mila 2 di Banjul, in Gambia. «Facciamo appello al ministro per gli Affari Esteri, Paolo Gentiloni e al presidente del Consiglio, Matteo Renzi – aggiunge il portavoce della Italfish –. E’ la prima volta che il comandante di una nave da pesca viene arrestato e sbattuto in una cella di 4 metri per 3 con altre quindici persone, senza bagno, senza acqua e senza letto. Sappiamo che non mangiano dal giorno del loro arresto».

Il peschereccio – ora sotto sequestro, con i 25 marinai a bordo, sorvegliati dai miliziani – è stato catturato a largo del Gambia il 12 febbraio e lunedì 2 marzo, quando sembrava tutto stesse per risolversi, è scattato l’arresto per il comandante Sandro De Simone, di Silvi Marina e per il direttore di macchina, Massimo Liberati, di San Benedetto del Tronto. Accusati, pare, di una presunta violazione delle dimensioni delle maglie di una rete che non veniva neppure usata. Secca, sotto il sole d’Africa, come fa notare la società armatrice, misurata con un righello dai militari che hanno rilevato una maglia di 68 millimetri, mentre la legge dice che non può essere inferiore a 70. Da qui la cattura, l’arresto e la detenzione in un carcere che secondo il rapporto di Amnesty International, è un luogo di detenzione crudele e disumano. Mercoledì, ma è una voce non confermata, potrebbe esserci un nuovo interrogatorio dei due marittimi italiani.

Intanto si apprende da fonti diplomatiche che Domenico Fornara, vice ambasciatore d’Italia a Dakar (Senegal), responsabile per il Gambia, oggi sarà a Banjul per visitare i due italiani in carceree. «Il fondatore della società, Santino Crescenzi, quelle zone le conosce bene, per avervi lavorato come comandante di pescherecci e da 40 anni come armatore – dicono dalla Italfish -. Non essendo stati rinnovati alcuni accordi di pesca con Marocco, Mauritania e Senegal, per la categoria cefalopodi, per la prima volta siamo stati costretti a lavorare in questa piccola striscia di mare. Abbiamo pagato profumatamente la concessione per pescare, avevamo a bordo il loro ispettore che verificava dove, come e quando e con quali reti si pescava. E’ passato quasi un mese dal sequestro e non ci hanno ancora chiesto nulla». Rodolfo Liberati, fratello di Massimo,  è un marittimo con lunga esperienza di quei mari. Anche lui ha conosciuto la dura vita del sequestro. Ora, con l’altro fratello Giuseppe e la madre Pasqua, vive ore d’angoscia e spera nell’intervento delle autorità italiane per sbloccare la terribile situazione. Nel pomeriggio il presidente della commissione Esteri della Camera dei Deputati, Fabrizio Cicchitto, ha espresso ai due pescatori la sua solidarietà e si è detto sicuro che «il ministero degli Esteri farà di tutto per aiutarli e sottrarli alla inaccettabile situazione in cui si trovano».



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