Quei sultanati immodificabili

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –
Il Borghigiano Il Resto del Carlino

Pesaro, 12 ottobre 2014 – La vicenda della piscina del Pentathlon conferma che la città di Pesaro con le federazioni non è molto fortunata. Senza andare ai tempi eroici del vecchio palas, la prima volta che ottiene un finanziamento dal Credito sportivo per un’opera sportiva nazionale, rischia di doverla pagare di tasca sua, dopo aver già firmato “cambiali” a lunga scadenza per la gestione. Ma è tutto il sistema delle federazioni sportive che andrebbe azzerato. Anzi, ci vorrebbe un Matteo Renzi anche per lo sport, visti i personaggi che si aggiarano sulla poltrone che contano.

Ma l’aspetto più grottesco, perché ci tocca anche da vicino, è quello del basket e del volley femminile. Due sport dove Pesaro ha dato tanto grazie a uno dei pochi che è ancora largamente in credito con lo sport nazionale, Valter Scavolini. I mondiali di questi giorni confermano come grazie alla sua sponsorizzazione Pesaro sia stata per 5-6 anni ai vertici assoluti, mondiali, del volley femminile. Fate un elenco delle protagoniste in azzurro ed in altre maglie nazionali e capirete al volo quello che i dirigenti della Robur, grazie ai fondi della Scavolini cucine, riuscirono a fare. Nel volley a Scavolini andò sempre meglio che nel basket, dove trovò sulla sua strada quel potere che ancora adesso decide e gestisce, impedisce e blocca.

Quello stesso potere che costò a Scavolini uno scudetto se non due: basta elencare gli episodi e le successive carriere di alcuni singoli. A cominciare dall’ex-presidente della Federbasket, alias Dino Meneghin, che ammise pubblicamente, a posteriori, di avere frodato la giustizia sportiva, ai tempi della monetina, senza che nessuna censura morale lo abbia quantomeno colpito.

Questo è il mondo del basket, capace di fare la morale al povero Daniel Hackett per un errore e condannarlo con una sentenza spropositata, per poi ipotizzare di recuperarlo in virtù della maglia che indossa. La questione Hackett è indicativa del fatto che il ritorno alla presidenza di Gianni Petrucci è un clamoroso ritorno al passato. Di un ambiente incapace di cogliere ogni appiglio per rinnovarsi davvero, con società professionistiche vampirizzate da una federazione che pensa solo ed esclusivamente ai soldi. Da distribuire poi ad ubbidienti famigli in una stratificazione di inutilità che ben si evidenzia nella nazionale italiana. E nella perdita di appeal di tutti i campionati. Compresi quelli giovanili, se è vero, com’è vero, che dall’under 14 in su si possono schierare stranieri pescati in ogni dove.

E’ lo stesso mondo che ha assistito al potere sovrano del Minucci di Siena per più di un lustro, per poi abbandonarlo come se nulla fosse al suo destino. E’ lo stesso mondo che avrebbe assistito senza nessun sobbalzo di moralità all’eventuale scudetto di una squadra che non avrebbe potuto partecipare al campionato di serie A. Condannando alla retrocessione magari chi fa tutto in regola, fino all’ultimo centesimo reperito con grande fatica per trovare i fondi, compresi quelli da versare alla federazione-sultanato. Poi si tratta di un mondo che è anche un po’ masochista, come con questa idea dell’instant replay in tutte le partite, ma solo a richiesta dell’arbitro. Con aumento dei costi e nessun vantaggio reale di equità. Applausi.



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