"Ridatemi il Goya da 15 milioni. Oppure pagatelo"

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

IL BORGHIGIANO 20142015

Ancona, 20 giugno 2015 – «E ora ridatemi il ‘mio’ Goya che, chiusa l’indagine sull’omicidio per mafia nel 1993, era stato dissequestrato e riconsegnato al legittimo proprietario». Esce allo scoperto Tommaso Fioretti, amministratore delegato della Poinsettia Mavit di San Marino, finito alla ribalta internazionale per il sequestro del Goya ritrovato.

Il nobile della corte borbonica seduto mentre si fa ritrarre da Francisco Goya, ha viaggiato per quattro mesi in mare (FOTO). Ha superato L’oceano, sorvolato in elicottero i cieli d’Europa. E’ stato sequestrato due volte, ora è tornato nelle mani dello Stato italiano, ma il proprietario è determinato a riprenderselo. 

Il prezioso dipinto (138 per 100 centimetri) arrotolato per il viaggio in nave, è stato pure danneggiato durante il sequestro per l’inchiesta sul delitto mafioso in Sicilia. È il Goya ritrovato. Quindicesimo di una serie di 16 ritratti. Finito in molte mani, non tutte trasparenti, ha fatto perdere le sue tracce, oscurato in un caveau di una banca del Lussemburgo e ora tornato allo Stato: consegnato direttamente ai carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Ancona, dallo stesso comproprietario che ora se l’è visto sequestrare. Ma lo richiede indietro

Per i carabinieri, l’opera potrebbe valere fino a 15 milioni di euro. Per il filottranese Tommaso Fioretti, comproprietario (con la famiglia Renzi Beltramini di Ravenna) in qualità di amministratore della società di San Marino potrebbe valerne 25. La stessa cifra che ora Fioretti chiede per consegnare davvero allo Stato l’opera da lui vista per la prima volta nel 1980, otto anni prima che fosse sequestrata, perchè sospettata di essere il movente del delitto del commerciante di Sciacca Accursio Li Bassi. Questi, secondo la Procura, aveva fatto da intermediario per l’acquisto del quadro con Natale L’Ala, boss legato a Gaetano Badalamenti, poi ammazzato nel 1990. Nell’auto di Li Bassi, il maresciallo Giuliano Guazzelli che indagava sull’omicidio, trovò proprio i documenti del Goya ritrovato.

Fioretti si sente per certi versi derubato?

«Voglio precisare che come amministratore della Poinsettia Mavit, dal 1987 sono comproprietario dell’opera assieme ai discendenti della famiglia Renzi Beltramini, Annamaria Beltramini e suo marito erano amici di famiglia da anni. A loro volta lo avevano acquistato circa dieci anni prima da un banchiere svizzero, ebreo. Quell’opera non ha nulla a che vedere con lo Stato italiano, è sempre stata all’estero, in Spagna, Stati Uniti, Argentina al seguito della famiglia spagnola (uno dei cui componenti è proprio quello ritratto, ndr) che era alla corte di Carlo IV, trasferita in Argentina e poi in Svizzera. Da quando è nostro il dipinto è stato nella Repubblica di San Marino e nello Stato del Vaticano. Ha raggiunto il Lussemburgo in elicottero. Tutto secondo le regole. In Italia ce l’hanno portato loro (le forze dell’ordine, ndr). Io mi sono rivolto ai carabinieri solo per chiedere un certificato di libera circolazione, solo l’anno scorso perchè prima non ce n’era necessità. Forse ho sbagliato in questo?»

Cos’è accaduto a quel punto?

«Il 13 giugno dell’anno scorso sono arrivati in Lussemburgo per sequestrare il quadro e lì è iniziato l’inferno. E’ stato stoppato il nostro progetto di cartolarizzazione che prevedeva che l’opera fosse esposta in dieci musei nel mondo».

Ha rimpianti?

«No, nessuno. Ho seguito l’iter per poterlo fare circuitare nei musei. Forse un eccesso di scurpolo, ma non avrei potuto fare altro».

Perchè era in un caveau in Lussemburgo?

«Perchè la società finanziaria che gestisce questo patrimonio è lussemburghese. A me è affidata l’amministrazione».

E’ arrabbiato?

«No, sono tranquillo. Siamo già al lavoro con il mio avvocato per chiedere il dissequestro e sono convinto avremo ragione. Certo dopo le falsità che abbiamo sentito e letto in questi giorni, venderlo sarebbe difficile, almeno per trent’anni. Ma il nostro progetto di cartolarizzazione, di tenerlo in camera di sicurezza come asset e di farlo girare nei musei, potrebbe ripartire».

Si parla di un valore di 15 milioni di euro…

«Certificati 18, ma si può arrivare a 24-25 milioni. Tutti i documenti sull’autenticità dello stesso li abbiamo costruiti noi nel 2005. Dopo una ricerca storica approfondita attraverso Didier Bodart e il prof Armando Ginesi. Prima non era neppure un Goya, non essendoci una firma, nè studi per certificare l’opera».

E il Vaticano?

«Monsignor Vincenzo Nolli, ex direttore generale dei musei vaticani, lo ha visto nel caveau di San Marino. Aveva bisogno di un Goya e c’era un possibile compratore, un australiano di cui non conosco l’identità. L’abbiamo affidato a lui per 12 mesi. Poi è stato sequestrato fino al 1993 quando è tornato a San Marino».

E la mafia?

«Non sapevo di trattative con la mafia, mi sono letto il fascicolo poi, ma la conclusione è stata che Li Bassi è stato ucciso per errore e infatti il quadro è stato dissequestrato. Ora ce l’hanno sequestrato di nuovo, parlano di un diritto di prelazione sulla vendita, ma l’opera non ha nulla a che fare con lo Stato italiano. Se lo vogliono che ci diano 25 milioni di euro». Sara Ferreri



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