Roberta, 5 settimane con Ebola. “In Liberia è peggio del previsto”

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –
Il Borghigiano Il Resto del Carlino

Pesaro, 23 settembre 2014 – Cinque settimane nel nord della Liberia, distretto di Foya, tra villaggi rurali immersi nella foresta, convivendo con pioggia, caldo e umidità dove l’Ebola, riesplosa ferocemente a marzo tra Sierra Leone e Guinea, è arrivata a segnare 700 nuovi contagi a settimana. Roberta Petrucci, pediatra pesarese di Medici Senza Frontiere, ha visto l’inferno da vicino. Ma lì, tra paura e dolore, ha trovato la forza di un sorriso.

«La situazione a Foya è drammatica, tragica, peggio di quello che mi aspettassi — spiega —. La popolazione è terrorizzata: si trova a combattere contro una malattia che non conosce e non sa come proteggersi. In alcuni villaggi la metà degli abitanti è morta. E’ stata la mia missione più difficile».

E’ rimasta sempre a Foya?

«Il lavoro si sviluppava nel centro operativo o raggiungendo altri villaggi distanti ore di auto. Abbiamo vissuto in comunità, in 3-4 case, insieme agli altri medici internazionali: condividere tra noi questa esperienza ci ha aiutato emotivamente».

La giornata tipo?

«Sveglia alle 6, alle 7 riunione per pianificare la giornata, affrontare i casi degni di nota e programmare l’ingresso nella zona di isolamento dove, per questioni di sicurezza, si stava al massimo un’ora e mezza».

Com’era strutturato il centro operativo?

«In due zone: una ad alto rischio, dove si entra indossando uno scafandro e degli occhiali speciali. E una a basso rischio dove entra comunque solo personale autorizzato con stivali e casacche specifiche».

In queste settimane ha avuto la possibilità di sentire amici e parenti pesaresi?

«Si lavora tutto il giorno ma si cerca di garantire un minimo di benessere psico-fisico: per rendere al meglio bisogna essere lucidi. C’era il collegamento internet: mai come questa volta erano in pensiero per me e avevo la necessità di dare loro notizie in maniera regolare».

La notizia del contagio della dottoressa francese ha fatto tremare tutti.

«Non si sa nulla su di lei. Posso dire che c’è una procedura di sicurezza rigidissima prima di partire, quando sei lì e prima di tornare a casa. Il materiale che indossiamo rende difficile lavorare ma è indispensabile: viene indossato sempre in coppia proprio per evitare che uno dei due commetta errori. Ma il rischio non può mai essere zero. La paura? Sarebbe da incoscienti non averne».

Il volto che non scorderà mai?

«La mortalità dell’Ebola è del 40-50%. Ma vuol dire che il restante 50-60% può star bene. Ogni vita salvata è una festa. Non dimenticherò mai Mamadi, bambino di 11 anni, senza famiglia, che dopo una fase di ricovero severa è guarito. I suoi salti, la sua gioia, i suoi sorrisi ci hanno portato una ventata di ottimismo. Era la mascotte del gruppo».

Come si frena questa valanga di sofferenza e paura?

«Se si interviene in maniera capillare si può ridurre l’epidemia. Ma Medici Senza Frontiere non può arrivarci da sola. E’ necessaria una mobilitazione mondiale a tutti i livelli. Si possono fare fino al 4 ottobre donazioni al numero 45507», sostenendo Medici Senza Frontiere».

Tornerà in Liberia?

«Non lo so. Ora voglio godermi le vacanze. Arriverò a Pesaro venerdì».



 

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