Roberto, scampato allo tsunami del 2004: "Ho pensato: questa non riesco a raccontarla"

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –
IL BORGHIGIANO 20142015

Pesaro, 26 dicembre 2014 – LUI si sente un miracolato. «Non avrei mai pensato che avrei mangiato il decimo panettone». Lui è Roberto Vettori, pesarese di 57 anni, agente immobiliare in pensione scampato allo tsunami che il 26 dicembre del 2004 travolse l’Indonesia causando 228.000 morti, 230.000 feriti e centinaia di migliaia di dispersi (compresi 700 connazionali). Lui era lì, fortunatamente a 800 chilometri da Sumatra epicentro del sisma. Era in Thailandia dove, divorziato, si trovava in compagnia di una giovane moldava (Silvia Brumbac) laureata in medicina per festeggiare il Natale e il riconoscimento del dottorato di lei in Italia. Alloggiati nell’Isola di Puket, a Patong, proprio a ridosso del mare.

«La vacanza era di quelle da sogno che… stava diventando …un incubo» si ferma e sorride Vettori «no, non quello dello tsunami (non ancora) ma di una doccia non funzionante che ci salvò la vita». Ci spieghi meglio. «Dopo due giorni di disagio per la rottura della doccia che sembrava un danno irreparabile, decidemmo di cambiare hotel. Armi e bagagli dopo colazione, alle 8 circa, svegliati da una scossa sismica (non ci feci caso più di un tanto, accade spesso in quei paesi), ci spostammo di pochi metri per cercare un altro albergo, impresa non facile nel periodo natalizio. Mentre contrattavamo il tragitto con il taxista di tuc tuc, notai il mare forza olio con alle spalle un’enorme muraglia bianca che lo sovrastava. Oddio, quello era un maremoto! Conoscendo i posti, anche grazie alle escursioni dei giorni prima, dissi al taxista di imboccare la prima a sinistra verso la collina. Nel frattempo, seppi poi, l’onda che viaggiava ai 400km orari, alle 10 avrebbe travolto l’isola. E così avvenne purtroppo».

E VOI dove eravate nel frattempo? «Rifugiati a 300 metri sul livello del mare nella fattoria di un raccoglitore di caucciù dove, poco più tardi, arrivarono decine di feriti. Quella notte dormimmo qualche ora su un tavolo. I pochi letti erano per chi ne aveva veramente bisogno. Lo stesso agricoltore si sistemò all’aperto. Qualche ora più tardi gli uomini della protezione civile ci caricarono a bordo dei camion e ci portarono al consolato che ci trasferì in un altro hotel, gestito da un italiano, in collina (per evitare psicosi). Di lì, al mattino successivo, tra cadaveri galleggianti e macerie ovunque, ci scortarono fino all’aeroporto dove c’imbarcammo per Roma a bordo di un 777. Mi dissero che nella sola Patong si contarono 300 vittime di cui 40 italiani».

Una curiosità. E la sua fortunata amica Silvia? «Ah, lei? Fa la cardiologa a Milano. Sono un miracolato libero io!».



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