Rosanna Lambertucci racconta: "Due anni al capezzale di Amodei"

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –
IL BORGHIGIANO 20142015

Pesaro, 23 febbraio 2015 – Dopo due anni di assenza quasi totale, Rosanna Lambertucci è tornata in televisione. Lo ha fatto a Verissimo con Silvia Toffanin per presentare il suo libro «E sono corsa da te» (Mondadori), dove racconta due anni della sua vita senza il palcoscenico della televisioni, passati al fianco del suo ex-marito, malato e sofferente, dopo essere stato colpito da una emorragia cerebrale. Il marito, Alberto Amodei, pesarese, alto dirigente della Rai, è morto nel maggio scorso a 71 anni, dopo mesi e mesi di battaglia per la vita.

«Ha lottato come un leone – racconta Rosanna -, perché voleva vivere. Ma lo ha fatto con la dignità ed il pudore di un uomo fantastico. Che io ho scoperto tardi, ma che voglio raccontare per lui e per tutta la sua famiglia».

Il libro si apre con quel terribile 24 settembre, quando l’emorragia colpisce.

«L’ho trovato io, disteso sul letto, a casa sua. Avevo le chiavi anche se eravamo separti. Aveva gli occhi aperti, fissi. Un’espressione che sembrava voler dire ‘Non so cosa sta succedendo’».

La corsa verso l’ospedale.

«Viene operato d’urgenza. Lo rivedo la mattina dopo, intubato, in Rianimazione insieme a nostra figlia Angelica».

Cosa scatta?

«Un amore diverso. Un sentimento vero. Il distacco tra noi non era stato certo violento. Aveva preso il sopravvento l’indifferenza, gli impegni di lavoro, la distanza. La passione era finita, ma non c’era stata una rottura traumatica. Pur non avendolo mai detto, sapevamo entrambi che ci saremmo stati per l’altro».

Lei c’è stata davvero, per due anni, abbandonando anche la televisione.

«Alberto aveva bisogno di assistenza continua. Ma per me è stato un dono, perché ho conosciuto un sentimento incredibile, una tenerezza infinita. E ho scoperto un uomo che non conoscevo».

Ovvero?

«Ha vissuto la sua malattia, l’infermità con grande dignità, con senso del pudore. Non ci ha mai fatto pesare quello che gli stava accandendo, la sofferenza… Lottando come un leone per continuare a vivere. Perché lui voleva continuare a vivere. E io ero convinta di riportarlo alla vita. Purtroppo ho avuto un altro insegnamento…».

Quale?

«Che ci sono tante cose che accadono al di là della tua volontà. Che per quanto puoi batterti, non è sufficiente. Ma questi due anni mi hanno anche confermato che esiste qualcosa oltre la vita».

In particolare?

«Io sono sempre stata cattolica, ma ora sono convinta che rimane un legame con chi ci lascia. Se vuole le racconto un episodio che è nel libro…».

Certo.

«Ero a Capri il 2 settembre 2012, facevo parte della giuria di un premio e ho sognato i miei genitori che non ci sono più da tento tempo. Ero con loro in una grande stanza e vedevo, con la coda dell’occhio, una stanza più piccola con una persona in un letto di rianimazione. Un mese dopo ero nello stesso scenario con Alberto in quella stessa stanza: identica».

Un messaggio dunque?

«Credo proprio di sì. In qualche modo i miei genitori mi avvertivano che avrei dovuto affrontare una prova terribile».

La sua vita con Alberto?

«Un colpo di fulmine. Siamo tornati insieme dall’America in aereo e ci siamo sposati. Ventitreanni insieme con un lento distacco. La televisione a dividerci. Io in video, lui come dirigente Rai ad organizzare la presenza in mondiali di calcio, olimpiadi, viaggi del pontefice. Abbiamo commesso l’errore di orgoglio di non parlare tra noi. E’ invece consiglio a tutti di farlo quando ci sono certe situazioni».

Verrà a presentare il libro a Pesaro?

«Certamente, per noi Pesaro era la seconda casa. Il week end dopo il matrimonio Alberto mi ha portato a Pesaro a conoscere sua sorella maggiore, che gli aveva fatto da madre. Aveva tutti i suoi amici e abbiamo passato momenti felici a Fratterosa, dove abbiamo una casa che in sua memoria abbiamo deciso di non vendere mai».

La sentiamo molto coinvolta.

«In questo ‘E sono corsa da te’ c’è solo verità, nessuna finzione letteraria. E’ una storia vera. Io ho voluto scriverlo soprattutto per far conoscere a tutti che grande uomo era Alberto Amodei. Io stessa l’ho conosciuto davvero e fino in fondo troppo tardi. Ma spero che con questo racconto lo conoscano anche gli altri, a cominciare dalla nostra nipotina Caterina, che lo leggerà quando sarà grande».



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