Segesem, l’azienda di Pesaro che fa affari con la Corea del Nord

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

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Pesaro, 13 gennaio 2016 – Laura Galassi non si sorprende. «La bomba atomica di capodanno? Non ci ha sorpresi più di tanto. Da quando lavoriamo con la Nord Corea spesso, in apertura di anno, accade qualcosa. Forse vogliono far sapere al resto del mondo che ci sono…».

Con la sua società ‘Segesam’, sede a Pesaro, esporta in Nord Corea da quasi 20 anni. Ad iniziare il commercio con uno degli ultimi regimi comunisti rimasti fu il padre Enrico Galassi, 87 anni, che dall’attività nel Pci nel dopoguerra (era dipendente delle società controllate dal partito che si occupavano di import-export con i Paesi d’Oltrecortina: lavorava con Eugenio Reale e Spartaco Vannoni, poi gande amico di Craxi) è poi passato all’import-export privato con la Jugoslavia («L’unico Paese dell’Est con cui il Pci non aveva rapporti commerciali», racconta) ed altri Paesi al di là del muro di Berlino. A Galassi senior il regime di Kim-Jung ha anche consegnato una medaglia dell’assemblea del popolo.

La famiglia Galassi ha cominciato fornendo agli allevatori nordcoreani macchinari per allevamento di maiali e pollami. Poi è passata ad ogni tipo di esportazioni (mobili, abbigliamento calzature) fino alla fornitura di beni alimentari.

«Nel 2008 il governo di Pyongyang – dice Laura Galassi – ci ha chiesto di aprire un ristorante italiano nella capitale, il primo assoluto. Lo abbiamo fatto attraverso una joint venture, si chiama CorItalia e propone anche la pizza».

Il che vuol dire avere un canale di rifornimento continuo di prodotti base. In questi anni l’azienda ha portato tutto dall’Italia: «Dalla farina ai pelati, fino al prosciutto. Nel ristorante perfino l’arredamento arriva da Pesaro».

Ma la ‘Segesam’ non si limita al settore ristorazione: «Nel ristorante vendiamo ovviamente prodotti alimentari come il caffé, ma anche abbigliamento e calzature. Ma non sempre è facile azzeccare i modelli».

Ad un certo punto la pizza italiana venne accompagnata dalla Coca Cola, con tanto di caso internazionale: «La Coca Cola negò di aver esportato in Corea del Nord i suoi prodotti. Lo avevamo fatto noi, per capire i gusti dei clienti. Devo dire che apprezzarono l’accoppiata pizza italiana-coca cola».

Enrico e Laura Galassi non hanno particolari problemi per esportare in Nord Corea: «A parte il fatto che quando succedono cose come quelle dell’inizio dell’anno – aggiunge Laura – rallentano le comunicazioni, i nostri prodotti non rientrano in alcun embargo».

Non si possono vendere prodotti di lusso: «In Italia il vino è considerato prodotto di lusso e quindi possiamo esportare solo quello da cucina. Per la Francia questo non vale».

In realtà tutti i container che vanno in Corea del Nord sono controllatissimi. «Niente super alcolici e prodotti di bellezza», aggiunge Laura, che ogni anno fa almeno un viaggio in Corea per rendersi conto dei cambiamenti dei gusti e delle necessità.

E spesso sembra un altro mondo: «Internet c’è poco o niente, anche parlare via telefono è complicato. Detto questo, è anche un lavoro stimolante, anche perché diamo lavoro ad aziende del territorio».

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