Serra Sant’Abbondio, 500 animali sotto sfratto

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –
FONTE IL RESTO DEL CARLINO

Serra Sant’Abbondio (Pesaro-Urbino), 9 novembre 2014 - Le mucche “Pallina” e “Sofia”, la cavalla “Maggie”, il vitellino “Milo”, la capretta “Stella” e poi “Ciccia”, femmina di cinghiale, l’asinella “Rosy”… tutti sotto sfratto. Non è un nuovo cartoon con personaggi di fantasia, ma la storia, vera, che arriva da Serra Sant’Abbondio, dove da dopodomani non si sa che fine faranno più di 500 animali: 200 bovini, un centinaio di pecore, 20 capre, altrettanti cinghiali, una cinquantina di maiali, 30 cavalli, più di 20 muli e, ancora, asini, pony, daini e la bellezza di 31 cani.

Appartengono tutti alla società agricola “Catria Allevamenti” di Alfonso Procaccini e suo padre Antonio, che da oltre 20 anni svolge la sua attività utilizzando in affitto un impianto creato nel 1980 dall’Ente di Sviluppo della Regione Marche come centro zootecnico pilota della razza Marchigiana su un terreno della Comunanza Agraria di Serra Sant’Abbondio, la quale, poi, nei primissimi anni 2000, è diventata proprietaria dell’intera struttura, composta da 7 ettari di pascolo e bosco, una casa, 3 capannoni adibiti a stalla e 2 fienili.

Il fatto è, che nel novembre del 2011, scaduto il contratto di locazione fra la “Catria Allevamenti” e la Comunanza Agraria, quest’ultima ha deciso di non procedere al rinnovo pretendendo il rilascio del fondo. Ne è nata una battaglia legale che si protrae ancora oggi e che al momento ha sempre visto prevalere la Comunanza, tant’è che il 30 ottobre scorso la Corte d’Appello di Ancona ha emesso un’ordinanza con la quale rigetta la richiesta di sospensiva dell’esecutività della sentenza di condanna alla restituzione del fondo stabilita nel 2013 dal Tribunale di Pesaro.

Ragion per cui, dopodomani, martedì, primo giorno dopo la scadenza dell’anno agrario 2013-2014, Alfonso e Antonio Procaccini dovrebbero lasciare l’impianto e trovare una sistemazione per gli oltre 500 animali del loro allevamento. “Una cosa impossibile – dice il giovane Alfonso -. Dove volete che troviamo il posto per tutti? E’ un’ordinanza che rappresenta la condanna a morte per la nostra attività ed anche per gli animali che abbiamo. Animali che io riconosco uno ad uno e a molti dei quali abbiamo dato persino un nome: ci sono le mucche “Pallina” e “Sofia”, la cavalla “Maggie”, il vitellino “Milo”, la capretta “Stella” e poi “Ciccia”, femmina di cinghiale, e l’asinella “Rosy”. A proposito degli asini – aggiunge l’imprenditore -, molti di loro sono stati protagonisti nei presepi viventi più belli delle Marche, a partire da quello di Genga. Credetemi, la preoccupazione maggiore che abbiamo in questo momento, prima ancora che per le sorti della nostra attività, che sarebbe distrutta, è per loro: per gli otre 500 animali che accudiamo ogni giorno e che è impensabile trasferire da un’altra parte, anche perché noi non abbiamo altre stalle… e qui ci sono vacche, pecore e cavalle che partoriscono quasi ogni giorno. Non capisco proprio perché ci vogliono cacciare; noi abbiamo sempre pagato l’affitto, anche in questi tre anni successivi alla scadenza del contratto: 14mila euro l’anno. E poi credo che facciamo bene il nostro lavoro, in linea con quello che era il progetto per cui è stato creato nel 1980 il centro zootecnico: incentivare la produzione della razza bovina Marchigiana”.

“Quando abbiamo iniziato, nei primi anni ’90, siamo partiti con 7 capi e adesso ne abbiamo più di 200, tutti iscritti all’albero genealogico nazionale. Spero davvero che qualcosa si possa ancora fare e che si trovi una soluzione. Sarebbe già importante che potessimo rimanere fino al termine dell’iter giudiziario, finché non si sarà pronunciata anche la Corte di Cassazione, oppure, meglio ancora, che ci si metta d’accordo. Noi siamo disponibili anche a pagare un canone più alto, purché sia sostenibile. Se anziché 14mila euro all’anno ne vogliono 18mila faremo il sacrificio. La priorità, adesso, sono “Pallina”, “Sofia”, “Milo” e tutti gli altri”.



 

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