Strage di Sambucheto, 20 anni dopo. Il pm: «Così la malavita fece il salto di qualità»

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –

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Recanati (Macerata), 8 marzo 2016 – A raffiche di mitra – la sera del 6 marzo 1996, ore 21 circa, in un casolare nella campagna di Recanati – vennero uccisi un anziano, sua figlia incinta all’ottavo mese e il marito di lei. E venne ucciso il mito della provincia isola felice. Quella mattanza venne chiamata la «strage di Sambucheto» e scoprì un sottobosco che molti, fino a quel giorno, avevano ignorato. Le vittime erano Nazzareno Carducci, maceratese di 40 anni, la moglie Giovanna Ascione, 37 anni, originaria di Loreto, e il padre di lei, Giovanni, 64 anni, nato ad Acerra, emigrato per anni in Germania e poi rientrato in Italia. Alle raffiche scamparono solo due persone, la figlia della coppia, Rosa, che allora aveva 11 anni, e una vicina di casa: si erano nascoste sotto al letto in un’altra stanza. Pochi mesi dopo – con indagini che coinvolsero la banda della Magliana, le cosche calabresi e anche un maresciallo dei carabinieri – vennero accusati per quei tre omicidi Marco Schiavi, figlio del boss lauretano Gianfranco detto il Mastino, e Salvatore Giovinazzo. Il Mastino venne ritenuto il mandante. Tutti e tre sono stati condannati all’ergastolo e sono in carcere, mentre un altro figlio di Schiavi, Massimiliano, è stato condannato a nove anni di carcere per favoreggiamento.

«Quella strage fu un salto di qualità. C’era un gruppo criminale che voleva assumere il predominio assoluto del territorio e voleva far sapere a tutti di avere le armi e la predisposizione logistica per imporsi. Anche i gruppi criminali hanno dei codici argomentativi». Paolo Gubinelli, sostituto procuratore in servizio alla procura della Repubblica di Ancona, era entrato in magistratura da poco più di tre anni quando venne compiuta la strage di Sambucheto. A dargli fiducia fu l’allora procuratore Fausto Angelucci, scomparso nel 2002, che il pm tiene ancora a ringraziare. Di fatto, la sera della strage, Gubinelli venne assegnato alla distrettuale antimafia. E oggi ripercorre vicende sulle quali la giustizia ha messo la parola fine. Il nastro si riavvolge, le immagini riaffiorano nitide e crude.

Quali sono i primi ricordi?

«Aveva piovigginato, era ora di cena. La casa non era lontana dalla statale. Intorno c’era un po’ di fango. Era pieno di auto con i lampeggianti, decine e decine di operatori di polizia, la Croce Rossa. Ho ancora impresso il ricordo dell’erba bagnata, della fanghiglia che poi si rivelò utile perché trovammo tracce sotto le scarpe degli autori della strage».

E dentro la casa?

«Ricordo visivamente il tappeto di sangue sul pavimento, si stava rapprendendo. C’era un odore forte, dolciastro. Furono sparate decine e decine di colpi di mitraglietta».

C’era anche la bambina?

«Disse che la porta venne aperta con un calcio. Era di uno smalto verde brillante. Trovammo un microscopico frammento di vernice nel carrarmato di una scarpa di uno dei due esecutori. La comparazione scientifica stabilì che era un frammento di quella porta».

Cosa accadde quella sera?

«Fu una strage cercata, con il gesto simbolico dell’uccisione del feto. Venne utilizzata una mitraglietta croata simile all’Uzi israeliana, un tentativo di imporsi in maniera eclatante. La strage fu collegata poi all’omicidio di Teramo e al tentato omicidio di San Benedetto».

Cosa c’era in ballo?

«Non solo la droga, ma anche la protezione dei locali notturni, il controllo delle bische e del gioco d’azzardo. Si cercava di fissare regole in ambito delinquenziale. C’erano già stati tentativi di infiltrazione della ‘ndrangheta con il clan Cirillo, di esponenti camorristici del clan Guida. Il quadro stava cambiando».

Che direzione prese l’indagine?

«C’era già un patrimonio conoscitivo, seppure parziale, delle dinamiche territoriali della malavita. In questo fu di aiuto quello che poi è diventato un collaboratore di giustizia, Sauro Paoletti. Fu un’indagine classica, con accertamenti tecnici, scientifici, merceologici e ci fu una grossa mobilitazione da parte di tutte le forze di polizia».

Che situazione si viveva tra investigatori e inquirenti?

«Ricordo la tensione quando dalle intercettazioni ambientali si seppe che forse le armi erano nella casemra dei carabinieri di Porto Recanati. Preparammo il decreto di perquisizione, non era proprio cosa usuale. Ero in udienza quel giorno. Firmai il decreto e la tensione si sciolse quando mi avvisarono che le armi furono trovate. La comparazione balistica dimostrò che erano quelle della strage. C’erano anche bombe a mano e ordigni di vario tipo. Ci fu uno sforzo investigativo molto costruttivo da parte di tutti. Riuscimmo a creare un archivio informatico centralizzato ad Ancona, dove abbiamo fatto confluire indicazioni e annotazioni che venivano da chiunque. Quando predisponemmo la richiesta di misura cautelare – 1.200 pagine – ci aiutarono le forze di polizia ma anche le sezioni della procura. E’ stato utile per cercare di capire e legare insieme quello che usciva fuori dalle indagini tecniche».

Come arrivaste ai colpevoli?

«Inizialmente dalla gestione delle armi da parte degli Schiavi. Prima della strage, mentre pulivano le armi, partì un colpo che prese il battiscopa nell’abitazione. Le forze di polizia raccolsero questo elemento e riuscimmo già da lì a capire che poteva essere quella la chiave. Poi mettemmo le cimici nella casa degli Schiavi».

Era stata programmata proprio una strage o volevano uccidere solo Carducci?

«Fu una strage a duplice valenza: simbolica e concreta. Eliminare dei soggetti che potevano costituire gli appoggi per strutture delinquenziali della Campania».

Le indagini bloccarono altre infiltrazioni?

«In quel momento gli sforzi di tutte le forze di polizia eliminarono le strutture delinquenziali in grado di fare questo tipo di azioni eclatanti. Omicidi con quella valenza non ce ne sono stati più».

E il processo?

«Ci fu un conflitto di competenze tra Ancona e Macerata, risolto dalla Cassazione. Poi il procedimento ha avuto il suo corso fisiologico. Primo grado Macerata, appello Ancona, conferma Cassazione. Avevamo fatto il rinvio a giudizio in tempi piuttosto brevi. Il 3 giugno del ‘98 richiesta di rinvio a giudizio. Di fatto il Tribunale, la Corte d’Assise d’Appello e la Cassazione hanno ritenuto Gianfranco Schiavi mandante, Marco Schiavi e Salvatore Giovinazzo esecutori. Massimiliano Schiavi favoreggiatore».

Lorenzo Moroni

Paola Pagnanelli

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