Urbino non è più sede della Soprindentenza

IL BORGHIGIANO
Fonte Il Resto del Carlino –
IL BORGHIGIANO 20142015

Urbino, 4 gennaio 2015 – Dal primo gennaio, Urbino non è più sede della Soprintendenza dei beni artistici, storici ed etnoantropologici delle Marche. Contemporaneamente, sempre per effetto della riforma Franceschini, entrata in vigore a metà dicembre, la Galleria Nazionale delle Marche diventa Museo, tra i venti nuovi in Italia, inaugurando i primi giorni di piena autonomia.

Per quanto decreti attuativi e assetti logistici che interesseranno i 145 dipendenti pubblici di stanza a Urbino siano di là dall’essere ancora stati emanati e calati nel concreto, resta il fatto che la data è storica e una rivoluzione, se non altro organizzativa, è in pieno svolgimento. Alla soprintendente Maria Rosaria Valazzi chiediamo se quanto avverrà nei prossimi mesi indebolirà, sottraendo risorse, Urbino e l’intero territorio regionale che nella città ducale ha avuto il proprio riferimento in oltre quarant’anni di competenza e professionalità.

«No. Quanto introdotto dalla riforma Franceschini in verità produrrà opportunità per Urbino».

Perché?

«Lo spostamento di competenze ha valore organizzativo. Anche se la riforma Franceschini, con l’obiettivo di rivedere la spesa pubblica (spending review), ha fatto sì che le attività di catalogazione, tutela, conservazione, gestione e valorizzazione dei beni mobili, vengano esercitate da un unico organo periferico rispetto al centro romano, che avrà sede in Ancona e che si chiamerà Soprintendenza per le belle arti e il paesaggio, Urbino potrà concentrarsi sulla promozione e la divulgazione dell’arte attraverso le attività del nuovo museo e fare da regìa per tutta la regione in quanto sede del Polo museale marchigiano».

Quindi?

«Il Museo di Urbino in quanto tale potrà focalizzarsi nella valorizzazione del patrimonio presente, nello sviluppo di progetti autonomi e in generale alla divulgazione dell’arte sfruttando la rete di contatti e l’autorevolezza conquistata in decenni di compresenza con la soprintendenza per agire a favore e sostegno dell’intera rete museale marchigiana».

Insomma una strada segnata…

«Comunicare l’arte di fatto vuol dire preservarla. Le condizioni di lavoro nei prossimi anni, a mio avviso, daranno modo di liberare energie e potenzialità fino ad oggi curate in modo subalterno alla conservazione e alle prerogative specifiche della soprintendenza. La prospettiva di un museo si concilia con l’identità di un luogo. Di fatto il numero dei visitatori che ogni anno caratterizzano gli accessi al Palazzo Ducale di Urbino e alla Rocca di Gradara dimostrano una vocazione museale capace di attrarre l’attenzione del pubblico».

Cosa dicono i numeri?

«Sono confortanti: ad Urbino chiudiamo il 2014 con duemila visitatori in più rispetto all’anno precedente; nel 2013 a fronte di un calo medio di visitatori nei musei italiani stimato attorno al 7%, Urbino ha retto scendendo dell’2%. Insomma risultati ottimi se si pensa che si attestano in un contesto caratterizzato dalla presenza di un importante, quanto limitante, cantiere per il restauro del Palazzo Ducale».

Dicembre è stato un ottimo mese per Urbino: 4098 sono stati i visitatori registrati a palazzo Ducale il 7 dicembre. Il merito è de “La Bella Principessa”?

«E’ vero l’aumento si è affermato soprattutto nell’ultimo mese dell’anno, ma il bilancio è positivo nel suo insieme: i numeri hanno retto bene durante tutto il 2014 e in particolare a dicembre, il primo week end con il picco di accessi si spiega con la coincidenza di più fattori come il ponte dell’immacolata, l’accesso gratuito come ogni prima domenica del mese e l’attrazione della “Bella Principessa”. Di fatto anche Gradara ha registrato ottimi numeri senza però avere un richiamo come la Bella Principessa».

I numeri della Rocca di Gradara sono interessanti. Come li spiega?

«Esattamente come spiego Urbino: grazie all’ottimo rapporto e alla capacità di interagire della Soprintendenza con le istituzioni e le varie realtà territoriali. Se vogliamo possiamo dire che l’accordo fatto di recente dal ministro Franceschini con l’Anci di fatto suggella un percorso di collaborazione di cui noi siamo stati antesignani. Pensiamo a mostre come quella delle città ideali; o “Da Giotto a Gentile di Fabriano”… ci sono progetti che hanno fatto bene al territorio, ma che senza la presenza della Soprintendenza non avrebbero avuto prestiti importanti, ci sono iniziative che senza la vicinanza degli enti locali e delle associazioni non avrebbero goduto della stessa pubblicità tra la gente. Del resto molto del successo di un’operazione complessa è in come riesci a comunicarla».

Spesso il sistema delle soprintendenze è stato criticato per la troppa rigidità nella gestione del patrimonio. Non meno di un certo “snobismo” riguardo al circuito della promozione. Forse la questione dei bronzi di Riace da mostrare all’Expo non è l’esempio migliore, ma accetti la provocazione: i bronzi di Pergola li presterebbe all’ambasciatore commissario delle Belle arti Vittorio Sgarbi per l’Expo?

«Verificato che le condizioni conservative lo consentono non sarei assolutamente contraria. Perché queste operazioni funzionano: servono a comunicare e quindi preservare il valore dell’arte».



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